venerdì 3 aprile 2015

Curriculum discorsivo (studi)

Dalle persone, di solito allievi e amici, spesso mi vengono rivolte domande di curiosità riguardo al mio rapporto con gli strumenti e il mio lavoro, mi chiedono a quanti anni ho cominciato, cosa ho iniziato a suonare per prima, quale strumento preferisco, perché ho scelto l'uno anzichè l'altro. Dove ho studiato.

Sul mio sito c'è un curriculum con le informazioni che servono, ma non è molto personale, così ho deciso di rispondere alle domande creando questo post, una sorta di curriculum discorsivo, spiegando come, quando e perché e tutte le curiosità su di me.

Ho iniziato a otto anni, fu mia madre a scegliere per me il pianoforte. A quell'età, a meno che un bambino non si mostri molto propenso o interessato ad uno specifico strumento, di solito sono i genitori a sceglierlo. 
Scavalcai i canonici sei mesi di solfeggio, secondo il metodo di allora, perché sapevo già solfeggiare, avendo mia sorella maggiore in casa che già suonava.
Non fui un'allieva diligente, dovevano obbligarmi o persuadermi per farmi venire voglia di esercitarmi, non perché non mi piacesse la musica, ma perché preferivo giocare ed ero piuttosto distratta. Giocare mi piace tutt'ora, e lo ritengo un grande vantaggio: sapersi divertire è una qualità che si perde crescendo, mentre sarebbe prezioso non dimenticarsene. Per questo, ai genitori che si preoccupano perché il figlioletto non si esercita con la musica, dico di solito che non vuol dire che non sia portato o che non gli piaccia, non si tirano conclusioni affrettate, magari ha bisogno di più tempo per maturare il senso di responsabilità e di impegno. 

A dieci anni smisi con le lezioni, in quegli anni di "pausa", fui io stessi a prendere gli spartiti che mi piacevano e ad impararli da sola, senza che nessuno me lo dicesse: bisognava solo leggere le note, e mettere le dita giuste sul tasto giusto, nel momento giusto. 
Ricordo ancora oggi un episodio: mia madre per punizione per qualcosa che non avevo fatto, chiuse a chiave il pianoforte per una settimana, perché a suo dire trascuravo i miei doveri per la musica. Un giorno in sua assenza però, entrai in camera sua a trafugare e la trovai, e per tutto il periodo di punizione suonavo lo stesso di nascosto, tenevo d'occhio l'orologio e rimettevo la chiave nel nascondiglio prima che tornasse. Questo per dire che, anche se non me ne rendevo conto, dovevo suonare proprio tanto o dimostrare che mi piaceva, se la punizione colpì proprio questo punto!

Il saxofono iniziò a piacermi verso i nove, dieci anni. Lo vidi in un cartone animato. Un giorno arrivò a scuola, ero alle medie, un volantino della banda del paese dove pubblicizzavano i loro corsi e chiesi a mia madre di iscrivermi. All'inizio ero indecisa fra il flauto traverso e il sax, alla fine scelsi il secondo. Non fu un'iscrizione semplice. La banda obbligava a tutti un anno di solo solfeggio prima di toccare gli strumenti, io avrei voluto iniziare subito, e non aveva senso farmi cominciare daccapo: dopo due anni di pianoforte la musica la leggevo. Ero insofferente, svogliata e bruciavo sempre le lezioni.

Questa mia esperienza negativa ha avuto ripercussioni sul mio ruolo d'insegnante: da quando ho iniziato ad insegnare, non seguo un percorso e un metodo standard per tutti, solo perché qualcuno ha deciso la regola: se un allievo si mostra avanti, già capace o più sveglio, lo spingo ai livelli successivi, perché mi ricordo la mia frustrazione da bambina: la voglia di imparare e un freno insensato imposto. Se sono sotto ad un direttivo scolastico con delle regole, sono io a far presente che quell'allievo è in grado di saltare delle tappe e insisto perché i tempi vengano accelerati.

La banda non volle farmi suonare il sax: nelle loro intenzioni, dovevo iscrivermi a clarinetto, dissero che non avevano più sassofoni. Io odiavo il clarinetto, ancor oggi fatico a suonarlo. Comunque non ho mai preso una lezione di clarinetto in quella banda. Supplicai i miei di comperarmi il sax, e non fu un ostacolo semplice. Superata con fatica il problema strumento, mi informai tramite gli altri allievi della banda sugli orari degli insegnanti, e andai a parlare direttamente con quello di sax, portando con me già la preziosa valigia con il luccicante strumento, per dirgli che volevo iscrivermi al suo corso e non a clarinetto, scavalcando il direttivo e tutte le persone che mi ostacolavano. Avevo quattordici anni. Erano quattro anni che lo desideravo tanto. Ecco: il sax è lo strumento che io ho scelto, il secondo strumento che ho cominciato a suonare dopo il pianoforte, che nel frattempo non avevo mai smesso.

Perché il conservatorio? Ci sono finita di mia iniziativa, i miei non c'entrarono. Ma fu a causa di un motivo economico: mio padre, architetto in proprio, ebbe un problema di cataratta agli occhi, non potè lavorare per molto tempo, dovevamo tirare la cinghia e io avrei dovuto abbandonare le lezioni di sax. Nel frattempo ci trasferimmo in città. Pensai ad una soluzione e sapevo che a quei tempi il conservatorio era una scuola statale, con tassa d'iscrizione annuale pari alle scuole superiori. L'unico problema era l'accesso a numero chiuso. Chiesi ed ottenni da mia madre un'unica possibilità: sei mesi di lezioni mirate in un'accademia piuttosto costosa, che avrebbe dovuto prepararmi per l'ammissione, se avessi superato, avrei potuto continuare a studiare, altrimenti, avrei smesso.

Ecco perché ci sono finita. L'ambiente non era per me: troppo inquadrato, troppo retrograda, troppo accademico, ma potevo studiare musica solo lì. Il genere non mi piaceva, ero un pesce fuori d'acqua. Mi sentivo umanamente, terribilmente sola. Ad esempio: ogni anno venivano buttati fuori o si ritiravano in massa studenti per far spazio a quelli nuovi. Io mi affezionavo tanto e sempre ai miei amici, e ci impiegai anni ad imparare a distaccarmi, ad abituarmi al malessere che provavo ad ogni rientro a settembre, quando scoprivo chi se n'era andato. Dei quattro che entrammo, nell'anno della mia ammissione, io arrivai da sola alla fine. Gli altri si persero. Il conservatorio fu una delle cause scatenanti della mia depressione. Una cosa positiva ci fu: studiai pianoforte come materia complementare con una bravissima insegnante e, nonostante non fosse la mia materia principale, ricordo che spesso dedicavo molto piu tempo al piano che al sax. Ancora oggi ne conservo il metodo di studio che imparai in quegli anni da lei.

Dove ho studiato? Ho iniziato a Brescia, i primi tre anni con un insegnante, poi per due anni ne arrivò un altro. Dopo il quinto, decisi di ritornare con il primo, che aveva abbandonato la cattedra di Brescia per insegnare a Milano. Chiesi il trasferimento per seguirlo, ed è per questo che alla fine mi sono diplomata al Giuseppe Verdi e non a Brescia.

Mi diplomai nel 2001. Successivamente ci furono le nuove riforme scolastiche, quelle che fecero diventare le università il 3+2 che abbiamo oggi e rivoluzionarono i titoli di studio delle accademie delle belle arti e dei conservatori. Decisero che il diploma musicale del vecchio ordinamento, se accompagnato da diploma di maturità, era da equiparare alla laurea triennale, e vennero istituiti i nuovi bienni di specializzazione, ad indirizzo a scelta fra jazz, strumentale o didattico per "completare" gli studi.
Io feci l'ammissione per quello strumentale. Per motivi dovuti a come far combaciare studio e lavoro, scelsi il conservatorio di Brescia, dal momento che ci vivo e lavoro. Era il 2008, e terminai nel 2011. Con questo nuovo titolo di studio sarei laureata in sax, come dovrei chiamarmi? Dottoressa saxofonista? Ah! No! Mi fa troppo innaturale, mi fa sorridere, e mi viene più logico dire che sono diplomata, piuttosto che laureata. Di università poi, sicuramente ci sono le tasse lievitate, per il resto, uno che suona, non cambia molto se è laureato o diplomato.

Fu durante il biennio che iniziai il clarinetto. A differenza del corso tradizionale, in cui le materie principali e complementari non si potevano decidere e scegliere, nel nuovo ordinamento, e quindi nel biennio, bisognava costruirsi il piano di studi personalizzato: con corsi obbligatori e corsi a scelta fra le varie discipline. Per esempio, fra la storia del teatro, storia del jazz e storia di qualcos'altro che non ricordo, io scelsi quella del jazz. Le materie strumentali comunque davano molti più crediti ed essendo io pigra ad aprire libri, scelsi il più possibile di suonare e di studiare meno materie teoriche. Non presi mai di mia spontanea volontà in considerazione il corso di clarinetto, che non era obbligatorio ma considerato strumento affine al sax. Frequentai tutti i corsi di pianoforte: fu una sperienza molto utile il corso di accompagnamento pianistico, in cui mi ritrovai ad accompagnare altri solisti anzichè esserlo io, a differenza del solito.

Il clarinetto entrò nella mia vita in questo modo: insegnavo in una banda in cui aveva qualche allievo di sax e qualche allievo di clarinetto, non sufficienti per far venire voglia a due insegnanti diversi di venire per poche ore. Il direttivo mi diede il clarinetto in mano e mi disse che tanto erano simili, di imparare le posizioni, così mi avrebbero dato tutti gli allievi delle ance semplici. Io, che avevo bisogno di lavorare, presi la valigetta con quello strumentino nero dentro. Durante l'estate imparai da autodidatta, ma sapevo che per insegnare non bastava conoscere le posizioni, dovevo suonarlo. Così decisi di unire le richieste del lavoro con quelle del conservatorio e inserii nel mio piano di studi il corso di clarinetto come materia affine al sax. Per due anni studiai e diedi esami pure di questo strumento da cui ero scampata a quattordici anni, e al termine, una estate seguii un master con altro insegnante. Feci pure l'esame di ammissione per il corso principale di clarinetto in conservatorio, ma lo frequentai solo per un anno e poi decisi di non proseguire.

Ancor oggi lo studio più o meno costantemente per motivi principali legati al lavoro: in tutte le scuole in cui insegno, sono insegnante sia di sax che di clarinetto, quel corso al biennio mi ha dato più ore di insegnamento, perciò ritengo il  clarinetto una disciplina a cui devo applicarmi al pari delle cose che faccio più volentieri. Ed ecco raccontate le storie dei miei tre strumenti, come li ho iniziati e quali preferisco.

Il pianoforte è legato alla mia infanzia, non l'ho mai abbandonato, mi piace anche se non l'ho scelto io. E' stato il primo amore, il mio primo incontro con la musica. Il sax l'ho voluto fortemente con idee precise, con passione e desiderio, ma è anche il ricordo sofferto degli anni del conservatorio, dell'adolescenza. Delle sfide, le delusioni, degli studi forzati e degli scontri con gli insegnanti. Il clarinetto è stata una scelta razionale, legata a questione pratiche, tuttavia, ci sono giorni in cui mi piace abbastanza.

Credo con questo racconto di aver risposto a molte domande. Se avete altre curiosità domandate pure.

Sapete una cosa, la vita è ancora lunga, non è detto che io non inizi un quarto strumento, visto che me ne piacciono tanti. Per ora non mi cimento per questioni di tempo, ma la chitarra mi piace parecchio.
Chissà!


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