martedì 21 aprile 2015

La vita non ti da quello che vuoi, ma quello che sei

Ecco: scrivere un post al mattino. E' da tanto che non lo faccio, perché al mattino devo studiare, lavare i piatti, fare i mestieri. Doveri. 
Però voglio stravolgere ogni tanto le abitudini e fare una cosa inutile come scrivere un post senza grossi contenuti. Che saranno mai dei piatti nel lavello e qualche granello di polvere di tanto in tanto?

Ci sono persone che vivono tutta la vita abitudinariamente senza intaccare mai le loro sicurezze. Ossessionate dai doveri, dalle regole, dal giudizio delle persone. 

Io da adolescente vedevo la vita e il meraviglioso sole alto su nel cielo, allora non mi andava di rinchiudermi in un aula tutte quelle ore... così, decidevo di passeggiare in castello, nei parchi, cucinare, oppure rilassarmi beatamente a letto. 
A tutti quelli che credono ancor oggi che fossi fannullona a scuola o inaffidabile, racconto che io ero una delle pochissime in grado di consegnare i lavori di disegno e i temi nei tempi prestabiliti, prendendo sempre il massimo dei voti. Poi mi avanzava del tempo, che dovevo fare?

Io pensavo candidamente che la scuola fosse un obbligo inutile, perché non capivo a cosa servissero così tanti anni di frequenza per imparare delle cose che avrei potuto imparare in uno o due anni. 
In effetti, quando decisi di superare il test di ammissione a medicina, studiai in un anno tutte quelle materie che non avevo mai fatto a scuola, essendo ad indirizzo artistico e non scientifico, e riuscii a passare. Il mio problema era la rapidità.

Così, mentre la professoressa perdeva un'ora intera per spiegare qualche capitolo di storia, io mi dedicavo al mio benessere, e poi recuperavo l'ora persa leggendo velocemente per conto mio quei capitoli.

Parliamo di paure. Alcune persone hanno proprio paura di vivere, che sia anche semplicemente sgarrare qualcosa, iscriversi ad un corso, imparare qualcosa di nuovo a sessant'anni. Cambiare lavoro, cambiare casa, cambiare e ricominciare. Vivono oppresse, si svegliano al mattino già cupe e/o arrabbiate, ce l'hanno col mondo, si lamentano e criticano chiunque per non vedere se stessi. Aiuto, mi domando come ci riescano.

Naturalmente ora sono più matura e non salto il lavoro perché mi vorrei fare un giretto al lago. Ho più responsabilità, ma mi piace mettermi alla prova e sperimentare piccole cose, per esempio: fare qualcosa per cui non sono portata. C'è qualcosa che pensate di non essere bravi, di ludico, magari anche inutile, ma che non vi dispiace l'idea di cimentarvi? Qualcosa che se anche lo fate male non succede nulla, a parte una figuraccia da riderci su? 

Io ho sempre avuto due convinzioni di me: avere il pollice rosso ed essere un tronco di legno nel ballo, ah ah ah!!!

Così, tramite anche la spinta di un'amica, mi sono avvicinata al mondo del verde, e ho scoperto che è divertente. Non ho giardino, solo un balcone in città. Dopo un corso di come piantare un orto, un'altra mia amica mi ha regalato quattro piccole serre, così, con l'aiuto iniziale di queste due persone, ora ogni giorno mi affaccio ad osservare il mio minuscolo orticello sul balcone di insalatina. Erano timide foglioline verdi, ora stanno crescendo e diventano belle e colorate.

Mi è sempre piaciuto guardare le persone che ballano, gli spettacoli con i ballerini e i costumi colorati. Da sola poi, riparata da tutti, mettevo la musica e mi muovevo per conto mio. Ma non ho mai pensato di iscrivermi a qualche corso, un po' per i costi, un po' per il tempo a disposizione. La verità però è che non mi sono mai neppure informata, perché di scuole economiche, a cercare, ci sono.

Ci sono persone che mi dicono che a loro piacerebbe imparare a suonare ma non si sentono portate o non hanno tempo, oppure sono vecchie. Io rispondo sempre che lo si fa per divertimento personale, che l'età non è un ostacolo e che il tempo impegna anche solo il minimo di mezz'ora al giorno. Insomma non trovo scuse, e imparare uno strumento è una cosa più metodica e scientifica di ballare, ricordare i passi e andare a tempo. Che scuse ho allora io? Che sono un pezzo di legno? In realtà questa convinzione sono io la prima ad averla, ma anche se fosse non mi interessa diventare una professionista, è solo per il mio divertimento. Lo stesso concetto che dico io a quelli che vorrebbero ma "non possono" cominciare a suonare.

Mi sono iscritta. Il primo corso fattibile. Perché cade nella mia unica serata libera durante la settimana, perché costa poco e posso permettermelo, perché non è troppo, troppo lontano. Risultato? Beh, è un corso di danze delle isole greche, non ho scelto io il tipo di ballo, ma ero ansiosa di cominciare. 

A distanza di un mese, sono contenta di averlo fatto, anche se a volte sono veramente stanca e mi piacerebbe di più starmene a casa davanti un film o uscire per locali, ma supero il momento e ogni volta sono così contenta, così ancora più stanca di prima, che oramai non mi pongo più il problema: finito il lavoro, di corsa a casa, mezz'ora di tempo per "rigenerarmi", e poi vado.

Sono brava, non sono brava? Non credo di essere una cima, ma mi diverto. Mi guardano perché non sono brava? Sinceramente non lo so, siamo in tanti. Io ascolto spesso persone che suonano che sono delle schiappe, ma non ci passo la mia giornata e la mia vita a farmene un problema, non mi ricordo neppure chi sono quelle persone, perciò suppongo di non essere io stessa un problema per il prossimo. Si viene sempre giudicati per qualcosa e questa è la cosa meno importante per me.

Rompere le abitudini, sfidarsi ogni tanto. Per fare grandi passi, bisogna cominciare da quelli piccoli e che ci sembrano insignificanti. Un passo alla volta.
E' proprio vero che la felicità bisogna crearla in noi senza aspettare e dipendere dagli altri. Io sono entusiasta di queste piccole novità.

Ho letto da qualche parte che la vita non ci da quello che vogliamo, ma quello che siamo.

Ecco perché mi sveglio al mattino e voglio sorridere di me, e a me stessa, prima che al mondo. Voglio tanti motivi per cui sorridere e ridere dalla mia vita, è difficile, davvero difficile. Ma dai, provateci anche voi!




mercoledì 15 aprile 2015

Favole e nuvole

Oramai è un anno che sono qui. 

Mi dicevano che sarebbe stato bello per gli spazi, l'indipendenza, per la libertà e altre cose. Non potrei più tornare a casa dai miei se non fossi in gravi difficoltà, anche se quando stavo da loro, tutte le cose per cui mi consigliavano di andare a vivere da sola, non mi mancavano o non erano un grosso problema. 
Per gli orari facevo già quello che volevo, dormivo fuori senza preavviso, entravo e uscivo e per il discorso economico, contribuivo in famiglia, non sono mai stata una mantenuta. Con la vita che faccio poi, stavo poco a casa e capitavano pure giorni che incrociassi appena le persone che vivevano sotto il mio tetto.

I primi giorni nel mio nuovo appartamento scoprii però una cosa che non sapevo mi mancasse davvero tanto: la libertà di piangere. Vivere da soli, o in compagnia di qualcuno con cui stai bene e puoi essere te stessa al cento per cento, comporta soprattutto questo. 
Salivo velocemente le scale, aprivo la porta, mi chiudevo a chiave dentro e scoppiavo a singhiozzare. Erano lacrime liberatorie. Subito dopo mi sentivo spossata ma anche più leggera. Avevo gli occhi come ripuliti, un sorriso più sincero, una speranza nel cuore. Nelle settimane successive, capitavano dei momenti, quando ero in giro, di sentire il bisogno di tornare a casa per sfogarmi nella mia solitudine. Una cosa che per anni e anni non avevo potuto fare.

Alla gente piace il volto positivo, che non crea problemi. Al lavoro non posso piangere, con tante mie amiche, mi rendevo conto che dovevo fingere, tornata a casa poi, una volta, con mia madre, mio padre e  mio fratello che mi avrebbero sentita in qualsiasi stanza fossero stati, per non ricevere domande, a volte affondavo il viso fra due cuscini, sotto le coperte, chiusa in camera, e mi lasciavo andare a qualche singhiozzo soffocato, ma nulla di più. A volte piangevo quando guidavo, l'unico momento di libertà. Ma non in città, solo in tangenziale o in autostrada, perché ferma ai semafori non volevo che mi guardassero.

Potere stare male, poter toccare il fondo.
Questa fu la vera libertà.

La scelta dei copriletti, di come disporre le cose, gli esperimenti fra i fornelli, invece, erano lati divertenti della nuova vita, ma non così essenziali per me, per stare bene. 

Mi viene in mente una mia vecchia compagna dei sedici anni. Quel giorno stavo male, davvero male e scoppiai in lacrime, ne avevo bisogno. Lei gridò: "Non ti voglio vedere piangere! Non piangere! Devi sorridere". Erano buone intenzioni? Non saprei, lei me lo impedì per davvero. Io se fossi stata al suo posto avrei fatto il contrario, avrei abbracciato la mia amica e le avrei detto semplicemente: "Sfogati". Poi me ne sarei stata in silenzio, facendole solo sentire la mia presenza.

Fatto sta che non molto tempo dopo lei non si rivelò per nulla amica, perciò non credo ci tenesse veramente a me neppure quel giorno.

Il monolocale in cui vivo non è grande e i mobili sono modesti, ho cinque tazze tutte diverse, quattro piatti e qualche bicchiere. Va bene così, se avessi più stoviglie non saprei dove metterle. Non mi lamento, sono contenta delle mie piccole conquiste. E mi sento serena a vivere senza il timore che i ladri mi entrino in casa e mi portino via tutto, perché qui non c'è nulla da portare via.

I piatti stanno sempre lì a scolare anche quando sono asciutti, perché per farci stare tutti i miei vestiti... ho dovuto invadere anche qualche mobile della zona cucina. Non ho altri posti dove riporre quei quattro piatti.

Ho solo una scarpiera, le altre tre stanno dai miei. Il che vuol dire che tengo un terzo circa delle mie scarpe all'occorrenza. Quando le stagioni sono definite va pure bene, mi prendo le calzature invernali che uso maggiormente col freddo e in estate faccio il cambio, il problema sono quelle strane temperature della primavera e dell'autunno: quando indosso ancora stivali sotto i vestitini ma inizio con scarpe o sandali già aperti sotto i jeans. In queste circostanze mi servirebbero tutte le mie scarpe, allora capita a volte che, dopo essermi vestita, scopro di non avere quelle adatte che credevo di avere, perciò mi cambio, oppure corro dai miei a prenderle.

Qualcuno potrebbe trovare tutto ciò una seccatura, io lo trovo divertente.

Non ho qui la mia collezione di saxofoni, ho preso con me solo qualche libro, qualche cd. E' rimasto quasi tutto là, anche il lucido e scuro pianoforte in sala, quello che un tempo mia madre chiuse a chiave per mettermi in punizione, e nessuno usa la mia vecchia stanza, la considerano ancora mia perché ci torno per esercitarmi.

Se non hai nulla, non puoi perdere nulla.

Tutto sommato, le persone che non hanno nulla da perdere sono quelle che vivono senza paure.

Ho portato via solo il mio pianoforte digitale che acquistai a rate e la chitarra che non so suonare. Il pianoforte è sotto la finestra, quando suono vedo il cielo e i rami. La chitarra è un vecchio cimelio, la suonava mio padre. Ho un pupazzo a forma di tartaruga che mi regalò mia madre al venticinquesimo compleanno, dopo anni e anni di libri, enciclopedie ed atlanti fin da piccola. Chissà perché mi regalò un oggetto così infantile. Le enciclopedie e gli atlanti non ricordo se li ho ancora, questo amico peloso invece mi guarda ancora in silenzio dal divano.

Questo è ciò che penso del mio primo anno. 

Resoconto? Ci sono stati alti e bassi, come l'inverno scorso quando facevo saltare la corrente più volte perché non avevo imparato a gestire gli elettrodomestici... per esempio, che dovevo spegnere il boiler dopo la doccia, prima di accendere il phon, e magari non cucinare proprio nello stesso momento, ma dopo due volte a dicembre che con i capelli bagnati, nuda, in accappatoio sotto e cappotto fuori mi ritrovai col buio ad uscire per riattivare la corrente, non me lo scordai più. Oppure le volte che con la febbre stavo a letto tremante, e non c'era nessuno da chiamare dalla stanza per farmi portare acqua o la minestra pronta. 

Beh, si cresce.

Però ho avuto anche momenti lieti, come il mio primo alberello di Natale, o tutte le volte che ho cucinato con e per amici e persone care. Lo facevo già dai miei ogni volta che andavano in ferie: era il momento di invitare cavie per fare assaggiare gli esperimenti culinari. Mi divertivo tanto. Oggi mi piace farlo anche per me.

Sono invecchiata di un anno, ma più in quest'anno che nei precedenti. Sono caduta diverse volte. Ma oggi sono qui e non guardo davanti a me, non so cosa osservare. 
Osservo invece il cielo e le nuvole. Quando sto a letto al mattino le vedo dalla finestra. 

E' bello poterle osservare anche così.














martedì 14 aprile 2015

Di nuovo.

Il segreto dell'indomani, è alzare lo sguardo al cielo ed accorgersi che l'inverno è passato. Torneranno altre primavere, diverse, strane, nuove.

La vita.


venerdì 3 aprile 2015

Curriculum discorsivo (studi)

Dalle persone, di solito allievi e amici, spesso mi vengono rivolte domande di curiosità riguardo al mio rapporto con gli strumenti e il mio lavoro, mi chiedono a quanti anni ho cominciato, cosa ho iniziato a suonare per prima, quale strumento preferisco, perché ho scelto l'uno anzichè l'altro. Dove ho studiato.

Sul mio sito c'è un curriculum con le informazioni che servono, ma non è molto personale, così ho deciso di rispondere alle domande creando questo post, una sorta di curriculum discorsivo, spiegando come, quando e perché e tutte le curiosità su di me.

Ho iniziato a otto anni, fu mia madre a scegliere per me il pianoforte. A quell'età, a meno che un bambino non si mostri molto propenso o interessato ad uno specifico strumento, di solito sono i genitori a sceglierlo. 
Scavalcai i canonici sei mesi di solfeggio, secondo il metodo di allora, perché sapevo già solfeggiare, avendo mia sorella maggiore in casa che già suonava.
Non fui un'allieva diligente, dovevano obbligarmi o persuadermi per farmi venire voglia di esercitarmi, non perché non mi piacesse la musica, ma perché preferivo giocare ed ero piuttosto distratta. Giocare mi piace tutt'ora, e lo ritengo un grande vantaggio: sapersi divertire è una qualità che si perde crescendo, mentre sarebbe prezioso non dimenticarsene. Per questo, ai genitori che si preoccupano perché il figlioletto non si esercita con la musica, dico di solito che non vuol dire che non sia portato o che non gli piaccia, non si tirano conclusioni affrettate, magari ha bisogno di più tempo per maturare il senso di responsabilità e di impegno. 

A dieci anni smisi con le lezioni, in quegli anni di "pausa", fui io stessa a prendere gli spartiti che mi piacevano e ad impararli da sola, senza che nessuno me lo dicesse: bisognava solo leggere le note e mettere le dita giuste sul tasto giusto, nel momento giusto. 
Ricordo ancora oggi un episodio: mia madre per punizione per qualcosa che non avevo fatto, chiuse a chiave il pianoforte per una settimana, perché a suo dire trascuravo i miei doveri per la musica. Un giorno in sua assenza però, entrai in camera sua a trafugare e la trovai, e per tutto il periodo di punizione suonavo lo stesso di nascosto, tenevo d'occhio l'orologio e rimettevo la chiave nel nascondiglio prima che tornasse. Questo per dire che, anche se non me ne rendevo conto, dovevo suonare proprio tanto o dimostrare che mi piaceva, se la punizione colpì proprio questo punto!

Il saxofono iniziò a piacermi verso i nove, dieci anni. Lo vidi in un cartone animato. Un giorno arrivò a scuola, ero alle medie, un volantino della banda del paese dove pubblicizzavano i loro corsi e chiesi a mia madre di iscrivermi. All'inizio ero indecisa fra il flauto traverso e il sax, alla fine scelsi il secondo. Non fu un'iscrizione semplice. La banda obbligava a tutti un anno di solo solfeggio prima di toccare gli strumenti, io avrei voluto iniziare subito e non aveva senso farmi cominciare daccapo: dopo due anni di pianoforte la musica la leggevo. Ero insofferente, svogliata e bruciavo sempre le lezioni.

Questa mia esperienza negativa ha avuto ripercussioni sul mio ruolo d'insegnante: da quando ho iniziato ad insegnare, non seguo un percorso e un metodo standard per tutti, solo perché qualcuno ha deciso la regola: se un allievo si mostra avanti, già capace o più sveglio, lo spingo ai livelli successivi, perché mi ricordo la mia frustrazione da bambina: la voglia di imparare e un freno insensato imposto. Se sono sotto ad un direttivo scolastico con delle regole, sono io a far presente che quell'allievo è in grado di saltare delle tappe e insisto perché i tempi vengano accelerati.

La banda non volle farmi suonare il sax: nelle loro intenzioni, dovevo iscrivermi a clarinetto, dissero che non avevano più sassofoni. Io odiavo il clarinetto, ancor oggi fatico a suonarlo. Comunque non ho mai preso una lezione di clarinetto in quella banda. Supplicai i miei di comperarmi il sax, e non fu un ostacolo semplice. Superata con fatica il problema strumento, mi informai tramite gli altri allievi della banda sugli orari degli insegnanti, e andai a parlare direttamente con quello di sax, portando con me già la preziosa valigia con il luccicante strumento, per dirgli che volevo iscrivermi al suo corso e non a clarinetto, scavalcando il direttivo e tutte le persone che mi ostacolavano. Avevo quattordici anni. Erano quattro anni che lo desideravo tanto. Ecco: il sax è lo strumento che io ho scelto, il secondo strumento che ho cominciato a suonare dopo il pianoforte, che nel frattempo non avevo mai smesso.

Perché il conservatorio? Ci sono finita di mia iniziativa, i miei non c'entrarono. Ma fu a causa di un motivo economico: mio padre, architetto in proprio, ebbe un problema di cataratta agli occhi, non potè lavorare per molto tempo, dovevamo tirare la cinghia e io avrei dovuto abbandonare le lezioni di sax. Nel frattempo ci trasferimmo in città. Pensai ad una soluzione e sapevo che a quei tempi il conservatorio era una scuola statale, con tassa d'iscrizione annuale pari alle scuole superiori. L'unico problema era l'accesso a numero chiuso. Chiesi ed ottenni da mia madre un'unica possibilità: sei mesi di lezioni mirate in un'accademia piuttosto costosa, che avrebbe dovuto prepararmi per l'ammissione, se avessi superato, avrei potuto continuare a studiare, altrimenti, avrei smesso.

Ecco perché ci sono finita. L'ambiente non era per me: troppo inquadrato, troppo retrograda, troppo accademico, ma potevo studiare musica solo lì. Il genere non mi piaceva, ero un pesce fuori d'acqua. Mi sentivo umanamente, terribilmente sola. Ad esempio: ogni anno venivano buttati fuori o si ritiravano in massa studenti per far spazio a quelli nuovi. Io mi affezionavo tanto e sempre ai miei amici, e ci impiegai anni ad imparare a distaccarmi, ad abituarmi al malessere che provavo ad ogni rientro a settembre, quando scoprivo chi se n'era andato. Dei quattro che entrammo, nell'anno della mia ammissione, io arrivai da sola alla fine. Gli altri si persero. Il conservatorio fu una delle cause scatenanti della mia depressione. Una cosa positiva ci fu: studiai pianoforte come materia complementare con una bravissima insegnante e, nonostante non fosse la mia materia principale, ricordo che spesso dedicavo molto piu tempo al piano che al sax. Ancora oggi ne conservo il metodo di studio che imparai in quegli anni da lei.

Dove ho studiato? Ho iniziato a Brescia, i primi tre anni con un insegnante, poi per due anni ne arrivò un altro. Dopo il quinto, decisi di ritornare con il primo, che aveva abbandonato la cattedra di Brescia per insegnare a Milano. Chiesi il trasferimento per seguirlo, ed è per questo che alla fine mi sono diplomata al Giuseppe Verdi e non a Brescia.

Mi diplomai nel 2001. Successivamente ci furono le nuove riforme scolastiche, quelle che fecero diventare le università il 3+2 che abbiamo oggi e rivoluzionarono i titoli di studio delle accademie delle belle arti e dei conservatori. Decisero che il diploma musicale del vecchio ordinamento, se accompagnato da diploma di maturità, era da equiparare alla laurea triennale, e vennero istituiti i nuovi bienni di specializzazione, ad indirizzo a scelta fra jazz, strumentale o didattico per "completare" gli studi.
Io feci l'ammissione per quello strumentale. Per motivi dovuti a come far combaciare studio e lavoro, scelsi il conservatorio di Brescia, dal momento che ci vivo e lavoro. Era il 2008, e terminai nel 2011. Con questo nuovo titolo di studio sarei laureata in sax, come dovrei chiamarmi? Dottoressa saxofonista? Ah! No! Mi fa troppo innaturale, mi fa sorridere, e mi viene più logico dire che sono diplomata, piuttosto che laureata. Di università poi, sicuramente ci sono le tasse lievitate, per il resto, uno che suona, non cambia molto se è laureato o diplomato.

Fu durante il biennio che iniziai il clarinetto. A differenza del corso tradizionale, in cui le materie principali e complementari non si potevano decidere e scegliere, nel nuovo ordinamento, e quindi nel biennio, bisognava costruirsi il piano di studi personalizzato: con corsi obbligatori e corsi a scelta fra le varie discipline. Per esempio, fra la storia del teatro, storia del jazz e storia di qualcos'altro che non ricordo, io scelsi quella del jazz. Le materie strumentali comunque davano molti più crediti ed essendo io pigra ad aprire libri, scelsi il più possibile di suonare e di studiare meno materie teoriche. Non presi mai di mia spontanea volontà in considerazione il corso di clarinetto, che non era obbligatorio ma considerato strumento affine al sax. Frequentai tutti i corsi di pianoforte: fu una sperienza molto utile il corso di accompagnamento pianistico, in cui mi ritrovai ad accompagnare altri solisti anzichè esserlo io, a differenza del solito.

Il clarinetto entrò nella mia vita in questo modo: insegnavo in una banda in cui aveva qualche allievo di sax e qualche allievo di clarinetto, non sufficienti per far venire voglia a due insegnanti diversi di venire per poche ore. Il direttivo mi diede il clarinetto in mano e mi disse che tanto erano simili, di imparare le posizioni, così mi avrebbero dato tutti gli allievi delle ance semplici. Io, che avevo bisogno di lavorare, presi la valigetta con quello strumentino nero dentro. Durante l'estate imparai da autodidatta, ma sapevo che per insegnare non bastava conoscere le posizioni, dovevo suonarlo. Così decisi di unire le richieste del lavoro con quelle del conservatorio e inserii nel mio piano di studi il corso di clarinetto come materia affine al sax. Per due anni studiai e diedi esami pure di questo strumento da cui ero scampata a quattordici anni, e al termine, una estate seguii un master con altro insegnante. Feci pure l'esame di ammissione per il corso principale di clarinetto in conservatorio, ma lo frequentai solo per un anno e poi decisi di non proseguire.

Ancor oggi lo studio più o meno costantemente per motivi principali legati al lavoro: in tutte le scuole in cui insegno, sono insegnante sia di sax che di clarinetto, quel corso al biennio mi ha dato più ore di insegnamento, perciò ritengo il  clarinetto una disciplina a cui devo applicarmi al pari delle cose che faccio più volentieri. Ed ecco raccontate le storie dei miei tre strumenti, come li ho iniziati e quali preferisco.

Il pianoforte è legato alla mia infanzia, non l'ho mai abbandonato, mi piace anche se non l'ho scelto io. E' stato il primo amore, il mio primo incontro con la musica. Il sax l'ho voluto fortemente con idee precise, con passione e desiderio, ma è anche il ricordo sofferto degli anni del conservatorio, dell'adolescenza. Delle sfide, le delusioni, degli studi forzati e degli scontri con gli insegnanti. Il clarinetto è stata una scelta razionale, legata a questione pratiche, tuttavia, ci sono giorni in cui mi piace abbastanza.

Credo con questo racconto di aver risposto a molte domande. Se avete altre curiosità domandate pure.

Sapete una cosa, la vita è ancora lunga, non è detto che io non inizi un quarto strumento, visto che me ne piacciono tanti. Per ora non mi cimento per questioni di tempo, ma la chitarra mi piace parecchio.
Chissà!