giovedì 26 dicembre 2013

Cerchio

Il bianco è uno dei miei colori preferiti... mi piace tutto ciò che è bianco, mi ispira candore, semplicità, libertà. E' un foglio bianco che aspetta di essere creato. E' la luce che assorbe tutti i colori. E' l'inizio, il principio.
Quando si ricomincia daccapo, si ricomincia dal bianco.

Si ricomincia di nuovo a sognare, a sperare.

Mi piacciono i fiori bianchi, i gigli, le ninfee, i vestiti bianchi, i mobili chiari, la neve, candida. La panna, i campi di margherite. Il ghiaccio. I maestosi cigni, le colombe. Le nuvole che spiccano sullo sfondo turchese, mentre viaggiano e volano lontano e continuano a cambiare sembianze.

Quest'anno non ha nevicato a Natale. Peccato. Sarebbe stato bello vedere i fiocchi bianchi che scendono.
Vedere i paesaggi innevarsi dalla finestra.
Perdersi alla finestra sorseggiando qualcosa di caldo. Volare con la mente lontano, sognando storie ed incanti, via da qui. Creare le trame e deciderne il finale. Come piace a me, come lo vorrei io.




Le nuvole.

Tornano sempre, ma bisogna sapere riconoscerle, ogni volta. Nessuno torna uguale a prima da un lungo viaggio.

Come vorrei.

Buttarmi nel bianco e partire e andar via. Un viaggio.
Come le ali di un angelo.

Lontano.


Foto di G.Merigo

25 dicembre

Il Natale, oramai, è passato.

Si fanno tanti preparativi per un unico giorno dell'anno e poi quando arriva e passa lascia sempre un po' di amaro. Ma forse è più corretto, come dice mia sorella, chiamarlo "periodo natalizio". Mio cognato dice che si fanno troppe aspettative.

A me piace allora il periodo natalizio. Natale no, è forse la festa più triste dell'anno.

Ma a dire il vero, non è neppure che mi piaccia poi tanto 'sto periodo natalizio, sono solo i preparativi e il sentirmi coinvolta in qualcosa, in un progetto con delle persone, a distrarmi la mente da altre cose.
Adesso ci sono gli allievi da preparare per il concerto di Natale. Una volta, quando lavoravo in negozio, c'erano le vetrine natalizie e le clienti in cerca di vestiti per la vigilia e il pranzo.

Io non sono mai stata cristiana, ma partecipavo così alle festività. 

Chissà perché mi è rimasta in testa la visione infantile di alberi e luci, festoni, musiche natalizie, neve e colori, tepore domestico, vacanze scolastiche. Vestitini da festa e persone sorridenti. Montagne e slitte. Cartoni animati al mattino. Non posso essermi inventata tutto, qualcosa deve esserci stato. Ero eccitata.
E non c'erano regali, non c'erano rimpatriate.
Non so cos'era, ricordo così, come una cosa felice la semplice serenità domestica con la mamma a casa e il papà al lavoro, e ogni anno, ancora, mi aspetto il Natale uguale alle mie immagini remote.

Ma non è più così. O forse ero troppo piccola per rendermi conto che fingevano tutti.

Natale non esiste più. 
Da tempo.





domenica 22 dicembre 2013

Scorre

Come scorre veloce il tempo.
Ma quanto ho sonno stasera.
Perché io non mi rendo conto che dicembre è passato al volo senza che io l'abbia davvero sfiorato.

Due dita di bimba che cercano di afferrare il maestro che insegna, ma che non ripete una seconda volta.

21 dicembre, solstizio d'inverno.
Alle 18:11 è iniziato l'inverno. Verso quell'orario suonavamo in un castello di paese.

Pioveva e faceva freddo. C'era così buio. I termosifoni al massimo e le strade bagnate.

Dopo il solstizio le giornate si allungano, come se il cuore e i pensieri uscissero dal letargo.
Invece è proprio ora che le dimensioni si appisolano nel lungo sonno. 

Ora è il momento di sospendere.
A volte, le risposte arrivano quando non le si cercano.




martedì 17 dicembre 2013

Luce

Uno specchio, grande, di quelli luminosi che riflettono bene la luce del sole, da mettere sulla cassettiera, così potrò truccarmi in camera e vedere il mio viso, senza il rischio di rimanere bloccata fuori dal bagno ad aspettare che si liberi, specialmente quando ho fretta, per entrare a prepararmi, e nessuno potrà più lamentarsi delle matite e degli ombretti che lascio lì in giro.

Fra i regali che ho ricevuto al compleanno, c'è un bellissimo portatrucchi capiente, trasparente ed elegante,con tre grandi cassetti e gli scomparti per metterci i pennelli e le matite. Me l'hanno scelto mia madre e mia sorella, "Così riordini quell'angolino sottosopra che lasci sempre in bagno" mi dice la mamma. Mia sorella ne ha preso uno simile, più piccolo... perché costava troppo per lei, e l'ha sistemato nella sua nuova casetta. 

"Ah sì" ho esclamato io "anch'io lo metterò nella mia nuova casetta". Beh, ma in attesa, intanto, lo sistemo qui. Bisogna vivere il presente. Mi piace riordinare le mie cose. Ma adesso ci vuole lo specchio, sì.


°°°

Ci sono cose, grandi e specialmente piccole, che si continuano a rimandare. Io ho sempre voluto questo specchio, non so perché non ne ho mai preso uno. Giro per i negozi e mi dimentico che ne voglio uno, non li guardo, come se, finché non me ne andrò via, "non me ne posso godere uno". 
Poi arriva il portatrucchi, che senza specchio non ci può stare.

Beh, oggi che sono libera me lo prenderò. Accanto al mio portaorecchini starà d'incanto.


°°°

Lunedì. Phan. Assente.
Martedì. Phan. Assente.
Mercoledì. Phan. Assente.
Giovedì. Phan. Assente.
Venerdì, Phan, assente non giustificata.


C'era qualcosa di più. Io ero nel mondo dei sogni, o a girovagare col viso per aria come ad assorbire tutto quello che c'era attorno a me. Troppe strette le catene delle quattro mura scolastiche. 

Un'aula grigia, tante regole, tante pretese da me. Gli orari da rispettare, gli impegni da programmare. Nozioni e libri che non mi interessavano. Voci e chiacchiere non desiderate. Io volevo solo essere lasciata in pace, andar via, volare. Volare via da tutto e da tutti. Fare le cose come mi venivano al momento, senza filtri, senza finzioni. Fare quello che volevo. Sdraiarmi nell'erba, passeggiare in centro, curiosare attorno a me, correre. Essere me stessa, indisciplinata così, scanzonata e menefreghista così. Vestirmi come ne avevo voglia. Bizzarra ed indecente così.

E va bene, pure ignorante e senza un mestiere così. Tanto la testa è mia. Se rimane vuota è comunque mia.

Mi dicevano che senza un diploma serio e una professione seria non avrei fatto nulla nella mia vita. Che lavoro avrei fatto? Come avrei fatto a mantenermi da vivere? 

Boh, a me andava bene anche di essere squattrinata. Così nessuno mi rapisce, nessuno mi ricatta, nessuno può rubarmi niente.

Io anelavo l'aria, il respiro, la corsa incontro alla vita, io volevo VIVERE.


°°°

Quando dal buio liquido e caldo, rassicurante io esco fuori, e vedo la luce, sento freddo e sono indifesa. Inizio a piangere. Inizia la vita. Ora vedo tutte quelle cose che prima udivo solamente. Ora tutto ha un'identità. Forse non avrei voluto conoscere però.

Così si inizia a vivere: cercando l'aria e piangendo, e nonostante tutto.


°°°

Nonostante tutto.














Eccomi.










Qui.












domenica 15 dicembre 2013

Santa Lucia

E' usanza, in alcune città del nord Italia, che nella notte a cavallo fra il 12 e il 13 dicembre arrivi santa Lucia in groppa all'asinello per portare i regali ai bambini.

Io sono grande e non ricevo più regali da tempo, ma ho ancora conservata questa letterina che le scrissi da piccola. Un giorno da adulta, mia madre me la fece leggere, l'aveva conservata per tanti anni. Io le chiesi di "restituirmela" perché voglio conservarla.

E' piena di errori grammaticali, ma mi piace pubblicarla.







La ricopio qui, con annessi tutti gli errori grammaticali:

Cara santa Lucia spero che stai bene. Io sono Thasala, vorrei da te una penna sferografica come quella che avevo rossa, perché mi è persa, ne ho tantissimo bisogno.
Di gioco invece non so se me li merito, però vorrei: gira la moda, i dolci segreti che si trasformano, mi piaciono tutti perciò scegliene una tu una per me. Poi se puoi un po' di soldi per me per mia sorella Thi e per mio fratello Bi, ma puoi anche farne a meno, fai come vuoi. Al proposito so che i dolci segreti gli piaciono anche a mia sorella Mai perciò spero che ne porterai una anche a lei.
Un grosso bacione a S. Lucia da Thasala.

Cara S. Lucia quella letterina parla dei giochi e una cosa da studio. Spero che farai il regalo che avevo sempre desiderato, la famiglia felice e serena.
Che la mamma vivi a lungo, serena, tranquilla e senza preoccupazioni.
Che il papà nel suo lavoro vada bene che vive a lungo tranquillo senza preoccupazioni.
Che la mia sorella Mai non fa più la capricciosa.
Che mio fratello Bi vada bene a scuola e che i suoi amici lo rispettino.
Che mia sorella Thi finisca le scuole con ottimo che entri in conservatorio.

Thasala ciao.

Che io vado bene a scuola.
Ciao!!
Mi sono dimenticata di scriverti che vorrei un armadio da metterci dentro i vestiti ma basso.
Ti ho sempre immaginato così.

(Disegnino)


Quanti dei miei desideri da bambina, riposti in questa letterina, si sono realizzati?
E' una domanda con una risposta quasi derisoria. Sarcastica.
Il gioco "Gira la moda" e la penna mi arrivarono, quelli sì. Le altre cose, le sto ancora aspettando.

Ma santa Lucia non esiste.


martedì 10 dicembre 2013

Christmas clock



Phan for fun:
- 14 dicembre: Monticelli Brusati
- 18 dicembre: Gussago
- 21 dicembre: Paderno Franciacorta
- 22 dicembre: Brescia


Busker:
- 23 dicembre: Monticelli Brusati

Colpevole (prima parte)

Ho già parlato delle persone che danno sempre la colpa agli altri (vedi post), oggi mi dedico a quelle che si sentono sempre in colpa. In realtà, sono due facce della stessa medaglia con lo stesso problema: il senso di responsabilità.

Essere responsabili ed essere colpevoli, a mio parere, sono due cose opposte.

Prendersi la responsabilità di un'azione, implica il riconoscere anche la capacità, il dovere e l'agire per risolvere una situazione. Il sentirsi in colpa o dare la colpa, si limita alle sensazioni di dispiacere, con un senso di impotenza e passività.

L'ho imparato in un telefilm per bambini: una ragazzina, cercando di fare del bene, ottiene invece il licenziamento della propria zia dal luogo di lavoro che ama tanto. Si sente molto in colpa per quello che ha fatto, anche involontariamente, e per calmarsi va via di casa e si perde nei suoi pensieri, fino a quando una sua compagna di studi la raggiunge e le dice: "Cosa fai? I tuoi amici (suoi studenti) si sono mobilitati per far sì che riottenga il posto e tu sei qui a far nulla".
La ragazza capisce all'improvviso che i suoi sensi di colpa erano più comodi che riconoscere la responsabilità e fare qualcosa di concreto per contrastare il suo sbaglio, si unisce al gruppo e riottengono il posto.

Forse sarò meno dura con questa categoria perché... io mi sento spesso in colpa.
Non si direbbe a vedermi, perché lo nego. E perché di solito mi capita quasi esclusivamente con i miei familiari, che sono un numero molto ridotto nel mondo. Ma mi sento in colpa anche per sbagli che non ho fatto, il che è peggio perché, non implicando la responsabilità oggettiva, non si sa come rimediare.

Perciò mi sento spesso in colpa con le stesse persone ma quasi mai con il resto del mondo, solo che il numero di "colpe" è così alto che gareggia con quelle di chi si sente sempre in colpa con tutti.

Ecco, io oggi non ho soluzioni per questo.
Forse me le potete suggerire voi.



lunedì 9 dicembre 2013

Comunque...

Comunque, spesso ci si racconta un sacco di balle a se stessi per evitare di guardare in faccia la realtà, che però essendo reale in fondo si sa, anche se non la si vuole accettare. Ma prima o poi.
La realtà fa male. Uno dice che preferisce sapere la verità, e poi quando è lì si nasconde la testa sotto terra, come uno struzzo, e la si bagna di lacrime. Più facile a parole.

I fatti poi. Smentiscono le parole.

A volte si continua e si continua solo per non rassegnazione. O perché si spera che sia come quella e quello e quell'altro.

Caso.
Ma è lo stesso?

Domani è un altro giorno come diceva Scarlet.

Perché tutto questo casino se poi moriremo tutti, e allora di nuovo la testa sotto terra, ma questa volta le lacrime sono degli altri.

Dai splanca gli occhi.




Sabato, 14 dicembre 2013

Consegna dei premi meritati dagli alunni che hanno terminato il percorso scolastico della primaria De Andrè, accompagnato dalle note della Banda Musicale G. Verdi guidata dal maestro Angelo Canipari. 
Alle 21 all'Auditorium Giorgio Gaber in via Onzato, 56. Ingresso libero.

Dove: Castel Mella





venerdì 6 dicembre 2013

Bianco

Come anticipato, ecco caricate le altre fotografie di ieri sera, ne trovate qualcuna qui, e le altre qui.

Ringrazio la mia amica Mara che ci ha seguite per tutta la sera in bici, al gelo, per fotografarci e ha pure girato un paio di video, purtroppo il mio cellulare decente era ko e quello sano li fa di bassa qualità, l'audio è una tortura, peccato!


Questo era il mio look di ieri sera: in bianco e color ghiaccio!

From Live Performances


Sotto il piumino (caldissimo) solo questo vestitino leggerissimo in strati di tulle candido:



Mi piace così tanto che lo comprerò in diversi colori.

Calze color ghiaccio, come il piumino, e stivaletti bianchi, caldissimi e pelosi.

Che bello! Vestita così, tutta candida, mi sentivo in una fiaba, come la regina delle nevi, e con le luci di Natale, nel centro storico notturno e illuminato, immersa nella magia. 
Il bianco poi, è uno dei miei colori preferiti. 

Godetevi le foto!


Per le vie del centro

Bellissima la serata di ieri! Abbiamo suonato per le vie del centro al freddo e mi sono tanto divertita. Come sempre lavorare è piacevole se ti piace quello che fai, ma anche e soprattutto se ti trovi bene con le persone del tuo "staff", sono molto fortunata ad avere entrambe le cose.

Imprevisti... moltissimi! Gente che all'ultimo minuto non è potuta venire e altra che è corsa a sostituirla senza aver mai provato. Io oramai mi diverto molto alle cose un po' disorganizzate, perché vedo il lato avventuroso, ma all'inizio andavo in panico per queste cose. Mi ricordavo, le prime volte che ho lavorato in teatro, quando ero appena uscita dal conservatorio, che mal reggevo i ritmi "fantasiosi" degli attori che improvvisavano le scene e si inventavano le cose un minuto prima di salire sul palco. Mi ricordo la regista che dietro le quinte, colta da improvvisa ispirazione, dava le direttive: "Mi è venuta in mente una cosa più bella... tu entra ma vai un po' a sinistra anziché verso il centro e tu Thasala entra pure tu in  questa scena, mettiti sotto la luce e suona qualcosa di triste".

Ecco: io soffrivo terribilmente.

Ora vivo le situazioni molto serenamente, non perché sono cambiata di carattere, ma perché ho imparato tre punti fondamentali in questo mestiere, necessari per la sopravvivenza.

Il primo è la preparazione tecnica, intesa proprio come la capacità musicale di suonare parti mai viste, con gente mai vista e in qualsiasi luogo. Se uno sa di avere una buona lettura a prima vista e padronanza dello strumento, non teme più nessun spartito, si sente equipaggiato per andare da qualsiasi parte e con la situazione in mano si sente più sicuro. Questo punto lo si acquisisce con lo studio e la pratica, esercitandosi costantemente. Per questo motivi i "professionisti" del settore vengono chiamati all'ultimo momento e sono i più rilassati.

Il secondo punto è l'esperienza, sapere già di principio che una serata artistica non si svolgerà mai come prestabilito. Essere pronti mentalmente ed emotivamente ad aspettarsi stravolgimenti nel programma rende gli imprevisti dei fatti previsti.

Il terzo punto... è quello che viene dopo: sorvolare sui difetti, cogliere le cose andate bene e godersi la compagnia e il divertimento dello stare insieme, perché questa è la parte più bella.

Vi lascio con una piccola foto.

A breve ne caricherò altre!





martedì 3 dicembre 2013

La donnina di casa

Non sono nata per fare la casalinga, anzi sono una pessima massaia, ma proprio per questo, penso che potrei essere un'eccellente donnina di casa.

Ho pensato tanto a questo post, perché ogni cosa che scrivevo sul mio conto era giusta e sbagliata. Tutto era parte di me e nulla c'entrava col mio modo di essere. Non è vero che non so fare niente. Ho guardato pure in rete per chiarirmi le idee su cosa significa essere una "donna di casa". Questa figura è ancora molto classica, esattamente come me la descriveva mia madre: colei che cucina, che lava, che stira, che accudisce i figli e fa la moglie e la mamma.

C'è chi dice che un uomo non sposerebbe mai una donna che non sappia fare queste cose. Ma io ogni volta analizzo e cerco di capire le casalinghe "perfette", per trovare e imparare tutta quest'arte divina, e ogni volta concludo che non mi pare facciano poi chissà che cosa di trascendentale: cucinare, preparare la tavola, fare una lavatrice, stirare, pulire, sono cose che sanno o potrebbero fare tutti, pure una ragazzina, pure gli uomini che vivono da soli già le fanno. 

Le attività di una casalinga sono talmente facili, che ancora non capisco il motivo per cui tante donne si sentano superiori ad altre solo perché hanno cominciato prima: se io volessi, in una settimana potrei imparare a fare tutto e pure bene, perché quando io mi metto in testa di sapere fare qualcosa la faccio. Non è che ci voglia una laurea. E' molto più complicato imparare a suonare o studiare da zero, in un anno e senza basi, tutte le materie necessarie per superare il test d'ammissione a medicina, ad essere onesti. E io ci sono riuscita.

Poi io in realtà la casalinga so già farla: ho fatto una scuola per diventare stilista, mi cucivo un cappotto, so rammendare, stirare e fare gli orli. Conosco i capi e i tessuti e so come vanno trattati. Quando facevo la baby sitter, a diciotto anni, cambiavo i pannolini e accudivo la piccola, le davo il latte e la facevo addormentare, anche se adesso mi defilo sempre quando c'è da cambiare una nipotina. Quando lavoravo nei bar pulivo i bagni, lucidavo in terra e i vetri, lavavo i piatti, preparavo gli ordini, facevo le colazioni, i pranzi e gli aperitivi. Ho lavorato in pizzerie, birrerie, gelaterie e pub. So faticare.
Quando sono a casa da sola cucino per me e mi diverto pure.

Solo che al momento non ho voglia di fare la casalinga, non ho voglia di sbattermi se non ce n'è motivo, non sono in vena di servire e riverire un uomo... e pace all'anima delle brave mogliettine scandalizzate di questa dichiarazione.

Certo alcune sono nate con questa vocazione, mia sorella per esempio adora cucinare, adora tutti quei lavoretti di cucito e maglia molto femminili. Lei sognava di servire un marito e di fare la mamma. Io al contrario di lei sono nata con altre vocazioni, che non mette al primo posto il fare i mestieri e cucinare. La mia vocazione è andare in giro carina e vestirmi bene. Io sono vanitosa. Vanitose o virtuose si nasce, non si diventa. 

Invece io penso di essere un'ottima donnina di casa, cosa che tante brave massaie non sanno cosa vuol dire, e purtroppo per loro, questo concetto non si impara facilmente come accendere e infilare i vestiti sporchi, suddivisi per colore e tessuti, in una lavatrice, metterci il detersivo, dosare la temperatura e i giri. Schiacciare un pulsante.

La casalinghe spesso sono stanche e di malumore perché si sentono in dovere di fare per forza e sempre i mestieri di casa e tutte quelle cose per cui si considerano tanto brave e responsabili. Poi però, incazzate come sono, non hanno mai voglia di giocare, di sorridere e di divertirsi con quelli che condividono questa casa lucida e perfetta con loro.

Non hanno più tempo di farsi belle e si vestono quasi sempre un po' sciatte, appunto per fare i mestieri.
In casi estremi non hanno mai nemmeno voglia di uscire insieme o di farsi una vita sociale perché devono sbrigare le faccende, confondono il proprio ruolo con quello della colf!

Io invece penso alla figura della donna di casa come una che rende piacevole l'ambiente, dove è bello tornarci e viverci, perché c'è armonia nell'ordine ma soprattutto perché c'è serenità e buon umore, magari con il profumo di torta nell'aria, anche se le camicie non sono pronte e i piatti sono ancora da lavare. 

Viviamo in un'epoca in cui uomini e donne lavorano entrambi, e quindi mi pare normale e anche piacevole suddividere o svolgere insieme i lavori di casa. O farsi aiutare. O portare la roba in lavanderia, o comprare una lavastoviglie. O fare una telefonata al Take Away.

Ma mi visualizzo anche a vivere da sola, e mi vedo rilassata nel mio ambiente, creativo e delicato. Il mio luogo artistico e tranquillo. Cucino per me piatti semplici e veloci e non mi spezzerei la schiena per fare i mestieri. Se sono stanca li rimando senza problemi ad un altro momento. Avrei tanti vestiti per il ricambio perché non farei lavatrici tutti i giorni e mi servirebbe molta scorta per l'occorrenza. Comunque in casi estremi non avrei problemi a farmi aiutare.

Mi immagino le cose ordinate in mobili chiari e le stanze luminose e ariose. Le tende, la musica da ascoltare. Un divano dove distendersi, un libro da leggere, dei film da guardare. I panni freschi di bucato e ammorbidente da fare asciugare. Mi è sempre piaciuto annusare i vestiti freschi.

Il profumo di muschio bianco nell'aria, un arredamento intimo. Un pianoforte, io che cammino a piedi nudi. La sera che controllo che tutto sia chiuso per poi coricarmi.
Mi piace stare a casa, intesa come atmosfera, come nido. Come posto per giocare e sognare.

Non vorrei mai che un uomo mi valutasse e mi scegliesse in base a come gli stiro le camicie, potrei decidere anche di non cucinargli nemmeno un uovo fritto, o di rovinargli e infeltrirgli vestiti e maglioni apposta, tanto per fare Bastian contrario.

Piuttosto è proprio quando uno non mi impone niente, quando mi sento libera di fare e di esprimermi, che mi viene voglia di impegnarmi a fondo per imparare a cucinare i suoi piatti preferiti e improvvisarmi cuoca. Mi piace rendere più bello il tempo da passare insieme. Per me è più importante questa motivazione del sapere cucinare in se, le azioni sono solo un mezzo per rendere felici le persone care. Io sono fatta così.

Mi impegno solo quando ne ho voglia. Ho bisogno di divertirmi.

Perché sono una pessima casalinga, ed è per questo che sono così serena. 
Che fortuna.


giovedì 28 novembre 2013

Polvere di stelle

Ultimamente, ho poco tempo per aggiornare il blog. Mi rendo conto che passa il tempo quando apro la posta e mi trovo anche cento, centocinquanta messaggi da leggere. Di solito faccio pulizia immediata, è raro che mi si accumuli così tanta posta, in quei momenti divento consapevole che non accendo nemmeno il computer da giorni.

La vita scorre fra lezioni, prove, date, studio, persone. Novembre è agli sgoccioli e conto cinque post pubblicati in questo mese, sei con questo che sto scrivendo. Mi mancano Alice, Morgan, Mistral, Sophie Flare, Aslaath. I miei mondi aridi e i gelidi ghiacci. Le mie bambole e le bambine perverse. I vestiti di pizzo e gli abiti da sposa di nero. Gli specchi, i labirinti... le magie, le mie riflessioni, ma qui c'è la realtà che mi sta risucchiando e dicembre sarà un mese freddo ma cosparso di musica e di brillantini natalizi.

Quello che mi piace del Natale sono i colori: il bianco candido, il rosso vivo e l'azzurro e il blu delle glaciali notti stellate. E tutte le luci! Adoro le luci e le stelle!

E poi magari, in mezzo a tutto questo vortice, queste vicende che si dipanano come gomitoli di lana calda, troverò un angolino tutto mio di serena tranquillità dove scrivere le mie storie e i miei pensieri.

Magari la sera prima di coricarmi. Non troppo tardi però, è bello a volte andare a dormire presto.

martedì 19 novembre 2013

Ricetta

A volte, basta poco per sentirsi sereni. Per me sono le sere d'autunno e d'inverno, quando fuori fa freddo, trovarsi sotto le coperte prima delle undici, dopo una giornata di lavoro. 

Quando visualizzo, nella solitudine, i momenti di serenità, mi capita di immaginarmi intenta a pasticciare in cucina nel tentativo di imparare un nuovo piatto, come quando da piccola volevo fare la sorpresa alla mamma e in sua assenza provavo a fare la pastasciutta, con dentro mezzo panetto di burro e lasciando la cucina sottosopra. Mi divertivo tanto a sperimentare. Mille padelle e padellini, la tavola apparecchiata ordinatamente, tutto quel vapore e gli ingredienti! Mi sembrava di essere una streghetta sul calderone bollente con i sali e le spezie, ma dovevo stare attenta con le dosi per non avvelenare e far star male nessuno. Stavo facendo una pozione, come maga Magò!

In cucina era importante starci anche quando lei preparava la torta e io le ronzavo sempre attorno, offrendomi volontaria per mescolare l'impasto, ed avere così il permesso di mangiare qualche cucchiaiata di crema all'uovo e latte.

Ero piccola, oggi questa stanza con il forno e il lavello per lavare i piatti è solo una tappa per passare dalla camera al salotto e uscire di casa.

Non so come sia avere una cucina, non so cosa significhi organizzare le cose nella dispensa e nel frigorifero e cucinare per il piacere di farlo. Non so come potrei essere come donna di casa. Sono sempre stata una donna "fuori di casa" e la cucina è il luogo in cui è meglio starci il meno possibile. La mia vera "casa" è la mia stanza da letto, quando voglio isolarmi e mi chiudo a chiave dentro. 

Ricordo che mi sembrava più mia la cucinetta immaginaria che avevo da bambina, con i tavolini e le sedie basse, i pentolini di latta, la frutta di plastica, il servizio da tè in miniatura e i cucchiaini rubati dalla cucina (quella vera) della mamma.

Giocavo a fingere di fare la spesa, preparare la tavola e spazzare per terra con la scopa per bimbe. Era molto divertente, specialmente perché avevo sempre la mia compagna di giochi che era la mia sorellina di tre anni in meno, sempre disponibile a recitare la parte dell'amica "mademoiselle", che veniva a bere il tè con i pasticcini, tenendo la tazzina elegantemente con il mignolo steso in fuori e parlando in punta di forchetta: "Come sta, madame?" 
Nel gioco era persino divertente andare a fare la spesa al mercato e scegliere "i prodotti freschi" da cucinare, come faceva la mamma.

Bello era giocare, giocherei sempre. 

Questa sera gioco a preparare una nuova torta nella mia immaginaria cucina magica.

E' una stanza incantata in un luogo segreto, non troppo elegante ma tranquilla ed accogliente. Con le finestre sui sogni, il fuoco acceso, le tendine e il ricettario degli incantesimi aperto.
Sono una strega e mi vengono a cercare per esaudire i loro desideri, in cambio io chiedo fiori di bucaneve, orecchini di vetro e argento, scarpette di cristallo, seta indiana e pizzo di Valenciennes per adornarmi e rimirarmi.


Ed ecco la ricetta di oggi: 

Nel mio calderone, ci metto un pizzico di fatalità, della fantasia e un cucchiaino di fiducia per togliere il sapore della paura, qualche grammo di incoscienza... non troppa, altrimenti poi diventa molto piccante e può bruciare. Ci vuole della speranza per rendere soffice l'impasto, degli obiettivi, dell'impegno e per non esagerare un po' di leggerezza. 
E' importante che nell'impasto lo zucchero sia uniforme, perché se finisce solo in superficie, i primi morsi satureranno, mentre il resto risulterà amaro e difficile da mandare giù, e impreparati sarà difficile affrontare le difficoltà. Ma se le cose dolci finiscono tutte in fondo, ci si stanca e si perde la speranza prima di poter addentare la parte buona e, quando finalmente la si raggiunge, l'amaro in bocca e la stanchezza impediscono di sentirla.
La dolcezza e i momenti di gioia devono invece alternarsi con le prove e le lezioni, uniformemente nel corso della vita, così, il risultato sarà sempre equilibrato e ogni boccone gustato e assaporato.

Ora l'impasto è pronto e bisogna mettere nel forno. La vita non può prendere forma senza il calore dei sentimenti. Ma bisogna regolare bene il fuoco, perché se è troppo caldo rischia di bruciare la parte esterna e di far rimanere cruda quella interna, se invece la temperatura è troppo bassa non cuocerà mai, si rovineranno gli ingredienti e in ambedue i casi bisognerà buttare via. Ci vuole la giusta temperatura, senza paura di alimentare il fuoco, ma al tempo stesso anche pazienza per aspettare che lieviti. 

Questi sono i segreti di uno chef!

Quando il dolce è cotto, lo tolgo dal forno e cospargo di polvere di riconoscenza, lo taglio a fette e incarto ogni fetta con carta rossa che abbellisco con fiori bianchi e blu: un po' di incantesimo per ogni persona a me cara. Una torta mangiata da sola non è buona come quando è condivisa.

Spero abbiate gradito la mia ricetta, se vi piace, potete prepararla anche voi, in fondo siamo tutti un po' streghe e stregoni.

***

La cucina in miniatura. I pentolini di latta, la frutta di plastica e i seggiolini bassi. I cucchiaini rubati alla mamma, i sottobicchieri come piattini e i finti fornellini dipinti. 
"Siete invitata, mademoiselle, ad un tè raffinato da me". 

La mia prima cucina. L'unica cucina che io abbia mai avuto.

Che piccole che eravamo.

venerdì 8 novembre 2013

Puntino

C'è un foglio bianco, una penna senza inchiostro.
E c'è una camera senza mobili, una casa senza abitanti.
E c'è un parco per bambini ma senza giochi, c'è un volto senza occhi, con le orbite vuote.
E c'è un cranio senza cervello, un petto senza cuore.
E una bocca senza denti.
E c'è un cielo senza nuvole, un angelo senza ali.
E c'è solo deserto, e poi neanche più sabbia.


Un grido senza suono, una cornice senza tela.
Un viandante senza scarpe. I piedi nudi sanguinano.


E c'è una strada.


E c'è che sparisce, più fugace, e poi lentamente trasparente, e poi invisibile.
Non c'è più.
Sempre sognato.


Invisibile. Nessuna vita.
Nessuno si accorge.
Sempre più piccola, sempre più un puntino.


E c'è quel quadro senza tela.
Senza tela.


Cornice.


Il nulla.



mercoledì 6 novembre 2013

Le colpe di chi?

Se non dormi mai 
e sei pieno di guai
e vuoi dare la colpa a qualcuno
la colpa è di Teddy!

Chi si ricorda questa canzoncina per bambini degli anni Ottanta? Il testo è divertente e pure la musica, ma il contenuto mi fa venire in mente che il mondo è sostanzialmente diviso in tre categorie: quelli che si sentono facilmente e/o sempre in colpa, quelli oggettivi che riconoscono dove e quando sono le proprie responsabilità e quando quelle degli altri, e infine quelli che addossano sempre le colpe agli altri e, quando non ci sono gli altri tirano fuori un "Teddy".

Questa sera ho voglia di parlare dell'ultima categoria, ma non parlo di litigi o discussioni, in quel caso si tratta di aver ragione o torto, parlo invece degli eventi che vanno sempre storti perché qualcun altro ha fatto qualcosa che non va.

Queste persone a mio parere sono le più penose ed irritanti. Penose quando associano al loro ruolo la facciata del vittimismo e, con i piagnistei e il sentirsi sempre attaccati dal mondo, vogliono rovesciare tutte le colpe su parenti, amici, colleghi, vicini di casa, il cane, il criceto, la strada, la iella. Irritanti quando sono pure prepotenti e con la violenza tentano di fare sentire il prossimo un pezzo di idiota, uno stronzo, un incapace.

Ma io non voglio fare discorsi ovvi, potrei andare avanti per ore a parlare di questa gente, ma suppongo che voi tutti nella vostra vita abbiate incontrato e avuto a che fare, almeno una volta, con persone del genere. Potreste fare voi degli esempi di "quella volta che..." e di come vi sentivate, con i loro atteggiamenti, in colpa, incapaci, cattivi, vittime di ingiustizie, furibondi, indifferenti ecc... 

Io invece voglio porre l'attenzione su un aspetto meno evidente: le persone che danno sempre la colpa agli altri, e peggio quando lo credono veramente, non hanno potere, non hanno né fortuna né intelligenza.

Mi spiego meglio: se qualsiasi cosa ti capiti, se gli eventi della tua vita dipendono sempre dagli altri perché ti vadano bene o  male, significa che tu non hai nessun potere decisionale, non puoi e non sai indirizzare le cose. Non sei artefice della tua vita, devi sempre aspettare che gli altri facciano la cosa giusta, altrimenti tu subisci e da solo/a non sei in grado di star bene, devi sempre aspettare qualcosa e qualcuno.

Mi ricordo che quando arrivai a capire questa semplice verità mi fu più facile far scivolare le colpe degli altri, che effettivamente avevano avuto nei miei confronti, in certi casi, nel farmi star male. E' vero avevano sbagliato, ma io avevo deciso di non subire ulteriormente, per tutta la vita, alcune situazioni. Non volevo più permettere che certe persone sbagliassero e commettessero altre colpe. Non volevo più trascinarmi appresso traumi passati. Erano appunto passati. 

Finché io giustificavo il mio star male e la mia vita insoddisfacente a causa degli altri o del passato, mi rifiutavo di riconoscere le mie capacità nel presente e nel futuro di prendere in mano la mia vita e di essere io il principale responsabile dei miei risultati e della mia serenità. Volevo arrivare a stare bene senza aspettare sempre gli altri.

Se una persona si comporta veramente male con te, basterebbe non permetterglielo, o non frequentarla più, se invece vai avanti a far sì che accada, se continua a farti arrabbiare o stare male, è perché in fondo ti va bene quel tipo di relazione, oppure sei un debole e non vuoi, non sai come uscirne. 
Perché permettere a qualcuno di farci star male, arrabbiare? 

Ma sei sicuro invece, che quella persona si è comportata veramente male? Ti sei chiesto se invece ha fatto del suo meglio e sia stata solamente un po' distratta, un po' sbadata, o inesperta? Non basterebbe farglielo notare civilmente o sorvolare?
Perché non riconoscere la buona volontà, perdonare una disattenzione non dettata dalla cattiveria e vivere tutti più serenamente, e permettere a chi ha commesso lo sbaglio di rimediare?

In ogni caso, siamo sempre noi stessi a decidere se la vacanza sarà piacevole, se la serata è andata bene, se gli amici e le amiche sono simpatici. Non è sempre colpa degli altri. Se ti stanno tutti antipatici sei tu che sei intollerante, e piuttosto che criticare guardati: non è che tu sia così perfetto e simpatico a tutti, a ben vedere. Se la vacanza si è rivelata uno stress perché non era come l'avevi prevista, sei tu che non sei partito con lo spirito della vacanza. Se la serata è andata male perché non si è svolta secondo i tuoi piani, sei tu che non hai saputo cogliere in tuo favore gli imprevisti. Se sono tutti stronzi con te, è perché il tuo modo di porti non li invoglia ad essere buoni, le stesse persone che reputi stronze, quando non devono interagire con te, chissà perché invece sono gentili, non è che sei tu a sbagliare qualcosa?

Le persone sono abbastanza semplici, e anche le dinamiche dei rapporti: quando incontri qualcuno che cerca sempre di farti sentire cattivo e incapace per qualcosa, che non riconosce mai di essere in torto, che è perennemente triste e arrabbiato, che gli va continuamente tutto male, guarda bene e da fuori la situazione: nel suo elenco di colpevoli ci sei tu, ci sono tutti, c'è persino un Teddy... manca solo il principale colpevole, il responsabile di tutto... e chi sarà mai?

Nei prossimi post parlerò di quelli che stanno sul versante opposto e che invece si sentono sempre in colpa


venerdì 1 novembre 2013

Diario fotografico - Ottobre 2013

In trentun giorni succedono tante cose. Mi piace la mia vita quando ogni giorno racchiude momenti da raccontare, alcuni spensierati, altri tristi, altri sereni. Mi piace la domenica viaggiare qua e là, mi piace la sera girare la città e cercare i locali con la musica dal vivo, mi piace giocare con le mie piccole, mi piace leggere il destino nel fondo di una tazza, mi piace collaborare con i musicisti, mi piace esibirmi, mi piace travestirmi, mi piace ridere e scherzare.

Anche con le preoccupazioni nel cuore, un sorriso in compagnia ti ricorda che la vita è anche tutto questo.
E che ad ogni risveglio dopo notti di pensieri e di pause, il giorno è sempre là, che ti attende.

Vivi, non arrenderti, mai.



























domenica 27 ottobre 2013

Dieci minuti e non di più... (riflessioni di una maestra)

Mi ricordo alle medie, una volta che dovevo studiare un capitolo di storia e non c'era stato verso, quel pomeriggio, di farmi entrare in testa nulla. Il giorno dopo avrei avuto l'interrogazione ed ero in alto mare. Praticamente non sapevo niente, non avrei saputo rispondere a niente.
Mi arresi alla mia "stupidità" e, anziché applicarmi di più, scelsi di spassarmela in giro per le piazze del centro, con la mia compagna di classe, e mi divertii un sacco.
 
Arrivai a casa alle sette di sera con interi capitoli di cui non sapevo niente. Non ricordo perché ma quel giorno cenammo un po' più tardi del solito e nell'attesa presi in mano, molto svogliatamente, il solito odiato libro di storia, ma più che altro per far passare il tempo mentre il mio stomaco brontolava. Successe una cosa strana che non ho più dimenticato.
 
Leggevo interi capitoli come se fossero state trame di un film fluido e scorrevole, veloce, ricordavo tutto e raccontavo i fatti con le mie parole. Assimilavo con una velocità sorprendente e quando finii di leggere silenziosamente tutte quelle pagine avevo la certezza di avere tutto in testa. Il giorno dopo l'insegnante mi lodò e mi disse che avevo evidentemente studiato molto, invece avevo solamente letto un'oretta.
 
Capii, dopo quell'esperienza, che non sono le ore di studio a fare la differenza ma la qualità del tempo che vi si dedica. E' inutile obbligare la mente a rimanere concentrata e ad aprire con la forza la testa per ficcare dentro delle nozioni quando non si è predisposti a farlo. Capii anche che a volte, per risolvere i problemi bisogna lasciarli semplicemente da parte e riprenderli in un altro momento.
 
Spesso a scuola si dice che bisogna studiare ma non si insegna come organizzarsi con i tempi e come bisogna farlo. Una mia amica dice che il liceo classico è la scuola più difficile in assoluto perché lei studiava da appena dopo pranzo fino a prima di andare a dormire, ma io sono invece convinta che fosse lei il problema e non il liceo, perché tanti miei amici facevano la stessa scuola e pure il conservatorio, e prendevano voti alti dappertutto, e non è che mi sembrassero dei grandi geni.
Però se io la contraddico e le dico che non serviva studiare tutto il giorno, lei mi risponde che il liceo classico che hanno frequentato i miei amici è più facile del suo, e che pure il conservatorio è facile, anche se non ha mai preso in mano uno strumento e non riconosce le note.
 
Quando si studia una materia che ci piace è molto più facile e proficuo. Io ho sempre odiato la storia, la trovo noiosa e non ricordo niente, ma un anno ho avuto alle superiori un'insegnante che me la faceva entrare in testa, durante le lezioni, con estrema semplicità. La raccontava come se stesse parlando di una sua vacanza divertente, noi l'ascoltavamo senza disturbare, le ore scorrevano velocemente e spesso a casa non c'era bisogno di rileggere nulla perché mi ricordavo tutto fino alla successiva lezione. Prendevo persino dei bei voti e arrivai a dire una volta che era una bella materia.
 
Finito quell'anno, cambiarono insegnante e storia tornò ad essere noiosa come lo era sempre stata.
 
Da studente, non sono mai riuscita ad applicarmi in qualcosa per responsabilità, per dovere, per ottenere dei risultati. Ci sono studenti che si impegnano a prescindere, io avevo bisogno di trovare qualcosa di interessante, di stimolante, e sono sempre riuscita a non farmi mai rimandare, ma solo perché il pensiero di passare le vacanze a recuperare anziché magari dormire fino a tardi o andare in giro a divertirsi era spaventoso, angosciante, e gli ultimi mesi mi impegnavo per tirar su tutte le materie.
 
Da insegnante, cerco sempre di coinvolgere gli allievi facendoli divertire e stimolare il loro naturale interesse, dove possibile. Perché se solfeggio è noioso, è noioso e non c'è nulla da fare. Però se si mette subito in pratica la lettura e si suona insieme è più divertente e si capiscono lo stesso le cose.
 
Sono sempre stata più portata per le cose pratiche che teoriche. Dieci minuti di teoria erano il record per la mia soglia di attenzione. Io capivo la teoria solo attraverso la pratica.
Per questo mi stupisco sempre quando mi ritrovo un bambino che mi fissa con attenzione dopo che ho parlato per dieci minuti, quando io stessa comincio ad annoiarmi di quello che sto dicendo e a perdermi, e allora gli chiedo sempre se ha bisogno di qualcosa, se deve andare in bagno, se sta bene, ma poi lui mi dice di no, e mi fa pure delle domande su cose che non ha capito e io mi rendo conto, sconvolta, che mi ha ascoltato per davvero. Ma non sono normali dei bambini così, secondo me sono degli alieni.
Poi mi ritrovo pure quelli che non hanno voglia di fare niente, e allora mi improvviso in sermoni e discorsi sui doveri e sulle responsabilità, perché mi ricordo che mi pagano per farlo, ma dopo cinque minuti mi ritrovo a pensare: "Ma che stai dicendo?" mi ricordo di me e mi trattengo dal ridere.
 
A ben vedere però, se uno non frequenta l'università di scienze dell'educazione, neppure agli insegnanti viene insegnato ad insegnare... e scusate il gioco di parole...
Come si fa ad insegnare?
 
 
La prima cosa che mi viene da fare è di ripercorrere il proprio percorso di apprendimento, e nel mio caso è stato un percorso travagliato, nella lotta fra la pigrizia e le aspettative del mondo. Non è che poi mi importasse tanto di queste aspettative, l'unica cosa che mi ha salvato dalla totale ignoranza è stata la mia curiosità e la passione per la lettura. Ma i libri sulla didattica sono troppo noiosi da leggere, e riesco a stare attenta per dieci minuti, non di più.
 
Mia madre, che insegnava lettere, lei sì che era portata per i sermoni e i lunghi e pallosi discorsi sulla responsabilità, sul futuro, sull'impegno ecc... li faceva pure gratuitamente da mamma con i figli, e quando dieci anni fa cominciai ad insegnare, mi raccomandò che il mio compito, oltre che trasmettere le mie conoscenze, era di dare il buon esempio ai bambini ed insegnare loro a vivere, a portare rispetto, al senso civico ecc... non ricordo tutto quello che disse perché dopo sette minuti già non ascoltavo più.
 
Io non credo di aver voglia di insegnare a vivere, non so se sia il mio compito, che competenze ho a riguardo e che esempio posso dare. Non sono neppure convinta di essere così brava ad insegnare la musica... se non fossi lì per quel ruolo, se non fosse il mio lavoro, direi a tutti di andare a divertirsi e di fare quello che vogliono. Ma una cosa almeno la so, dopo dieci anni, l'ho visto: io ai bambini insegno a ridere.
 
 

Disegnini

A volte manco dal mio blog per dei periodi, dei giorni, non perché non so cosa scrivere, al contrario perché ho troppe cose da dire, pensieri incasinati nella testa o perché sto vivendo molto nella vita reale. Venerdì sera, cioè ieri, avrei voluto scrivere qualcosa, ma sono crollata nel letto alle dieci di sera - cosa inusuale per me - distrutta. Anche stasera stavo già per addormentarmi verso le otto, quando mi sono sdraiata un poco, ma poi mi sono imposta di alzarmi se non altro per studiare un po' il piano. Che vita grama ragazzi! Eppure c'è gente che fa più cose di me, non ho la presunzione di dire che faccio mille cose, forse sono io che ho poca resistenza fisica, mi stanco subito.

Comunque ieri sera non volevo parlare di questo. Stavo pensando piuttosto ai contenuti del mio blog.
Quando acquistai il mio dominio, a giugno, pensavo di creare una paginetta informativa per quelli che, curiosi, cercano informazioni in rete su di me, e di solito a loro interessa sapere la mia formazione musicale, ascoltarmi in qualche video, vedermi in qualche foto ed eventualmente come poter contattarmi. Poi MySpace chiuse il mio blog personale, il blog "Sovrappensieri" di soli racconti inediti rimase orfano del mio socio, e così per semplificarmi la vita nella gestione dei siti, decisi di racchiudere in un unico blog i racconti inediti, i post personali e quelli degli eventi e dei concerti.

Ero un po' dubbiosa a riguardo, perché temevo che la gente si perdesse in troppe cose e la mia figura risultasse poco chiara, in una sorta di calderone in cui tutto viene buttato dentro e non si capisce quello che faccio nella vita.

E se vi dicessi che in giro ci sono dei siti di hostess e modelle con delle mie foto? Che c'è un sito di solo arte visiva con dei miei disegni? Quanti spaccati di me vero? Sapete una cosa: faccio fatica a seguire tutto e dividere tutte le mie identità, e seguendo solo un sito non promuovo gli altri aspetti di me, che magari invece mi piacerebbe coltivare e far conoscere e, perché no, magari lavorarci.

Per esempio, mi manca di non inserire qui dentro anche le mie aspirazioni artistiche. Io volevo fare (anche) la stilista di moda, e quando da piccola guardavo i cartoni animati sognavo di diventare una disegnatrice manga.




Non ho mai scritto che alle medie riempivo i banchi e i quaderni di disegni. Se non mi fossi data alla musica mi sarei iscritta a scenografia, a Milano, e probabilmente avrei spinto per lavorare in teatro e al cinema, e magari in un blog avrei scritto che sono una scenografa con il pallino per la musica e che mi piace lavorare con gli attori e con i musicisti.

E' andata così nella mia vita e sono contenta.

Ma poiché già questo blog non ha mai parlato solo di musica, mettiamoci dentro pure un po' di colore...

Ecco qua, oggi voglio ricordare la mia prima mini-collezione in collaborazione con la mia sorella maggiore, sarta di alta moda, nel lontano 2003. Questi vestiti sono ispirati all'Asia, in particolare alla zona sud-est, venne progettata da me e da lei realizzata, e presentata al Kokeb in piazza Loggia. Quella sera sfilarono varie modelle di Brescia, fra cui la mia sorella minore; ci fu un'esposizione di fotografie di mio padre, sempre con la tematica dell'oriente ed io intrattenni il pubblico suonando il sax.


 
 
 


Alla prossima chiacchierata di manga e moda!

lunedì 21 ottobre 2013

Le idee

Ci sono persone che raccontano e creano usando solo la fantasia. Emily Dickinson era una sostenitrice della fantasia e scrisse più di mille poesie rimanendo confinata nella sua stanza, non uscì neanche quando morirono i suoi genitori.
Io per creare ho sempre bisogno di guardarmi attorno e fare esperienze di vita per avere del materiale da raccontare. Per esempio, quando andavo a scuola e dovevo disegnare delle collezioni di moda, mi facevo sempre un giro nelle librerie e nelle biblioteche per rovistare libri ed immagini sulla storia dell'arte, della moda e del costume dei vari paesi e delle differenti epoche, sugli stili architettonici e fare schizzi su di un blocco per avere qualche fonte di ispirazione. Sfogliavo riviste, giravo per le vetrine e osservavo la gente in strada e come si vestivano.
So che anche per la musica è così: in pochi creano veramente dal nulla, piuttosto chi compone ha principalmente molta cultura musicale d'ascolto, conosce tanti stili, tanti generi e questo materiale entra a far parte del proprio bagaglio di concezione musicale, esprimendosi poi in qualcosa di nuovo.
A me piace scrivere più di ogni altra cosa, quasi più del suonare e più del disegnare. E mi sento un po' turbata quando per dei giorni non ho argomenti di cui parlare. Col tempo ho capito che l'ispirazione mi viene quando parlo e mi confronto con gli altri, quando ascolto le loro storie e quando io per prima vivo situazioni nuove. Rinchiusa in una stanza, mi sento come un fiore che non riesce a sbocciare per mancanza di nutrimento. Eppure io ho bisogno anche della solitudine per rielaborare.
Sono come il ciclo lunare, alterno momenti in cui cerco la solitudine e l'introspezione a quelli in cui ho bisogno di guardare sul mondo ed entrare in contatto con la gente.
Questo week end sono stata poco a casa e non mi capitava più così spesso di uscire per tre, quattro sere di fila come facevo a vent'anni. Ma ogni volta che esco e parlo me ne torno con un sacco di idee nuove, che non avrei se passassi tutta la sera a riflettere. Credo che l'ossigeno e lo scambio di idee faccia un gran bene al mio cervello.
A volte basta una domanda, un ricordo. Per esempio, sabato scorso parlavamo del più e del meno e ad un certo punto c'è stata una domanda: quale potere sovrannaturale mi sarebbe piaciuto avere, come la telepatia, il sapere volare ecc...
Io ho sempre sognato di poter diventare invisibile a mio piacimento. Questo mi ha stuzzicato la fantasia e mi sono ripromessa di scrivere qualcosa su di me o su una storia inventata con qualcuno di invisibile.
Un'altra volta parlavamo di miti, come attori, cantanti, e io mi ricordo di aver sempre considerato i personaggi famosi come persone fortunate e con forza di volontà, in qualche caso anche con del talento, ma non ho mai messo nessuno su di un piedistallo, non ho mai avuto poster appesi in camera e non ho mai adorato nessuno, tranne forse Kim Rossi Stuart, ma più che altro perché in seconda media lo trovavo un figo da far paura.
La sera in cui parlavamo di questo, ripensavo ad aneddoti interessanti su Mozart, Brahms, Chopin e quando li ho rivelati si sono tutti resi conto come anche i geni nella vita normale e sentimentale sono degli umani vicini a noi, si sono divertiti e ho pensato di scrivere anche di questo.
Più spesso però le idee mi vengono quando vivo delle situazioni che mi divertono. Come stasera: siamo partite da casa con l'intenzione di fare una serata vegana, abbiamo pure cercato in rete, abbiamo girato per il centro e in macchina, e invece ci siamo trovate davanti ad una normalissima pizza con mele e gorgonzola perché tre locali vegani erano chiusi. E pensare che progettavamo pure di ascoltare un po' di musica dal vivo o di vedere qualche rappresentazione teatrale. Io mi diverto un sacco in queste situazioni anche se alcuni potrebbero perdere la pazienza. Perché ho scoperto che una via che credevo lunga due metri, ha invece il numero civico che arriva oltre al cento, ho visto angolini e scorciatoie che non conoscevo e visto gente bizzarra, negozietti bizzarri, angolini bizzarri.
Quando dovrò descrivere cose bizzarre ripenserò a stasera.
Partire per l'avventura e perdermi per strada in compagnia di qualcuno, mi ha sempre affascinato. Non perdo occasione di guardarmi attorno cose che non conosco.
Di questo blog, spesso mi sono sentita chiedere dove fosse la finzione e dove la realtà. La cosa strana è che le cose inventate vengono prese per vere, le storie realmente accadute sono scambiate invece per fantasia. Capita che io parli semplicemente di me in prima persona. Ma a volte parlo di me in terza persona usando in prestito dei personaggi. A volte parlo di altri come se fossi io, altre in cui invento tutto oppure mescolo cose vere e cose di fantasia. Oppure, parto con l'idea di scrivere di un argomento e poi cambio rotta e parlo di altro.
Ma io non mento mai.
Magari nella realtà ho camminato lungo un sentiero con ai lati un laghetto sporco, dei grandi alberi con poche foglie, alcuni cespugli marroni e ho beccato tre semafori rossi e tre verdi.
Ma potrei decidere di descrivere una passeggiata in mezzo a fronde autunnali di alberi che si denudano al cambio di stagione e di laghi che si prestano al clima invernale, con tre semafori verdi. Oppure la passeggiata è in mezzo ad un viale con un lago inquinato, vegetazione morta e tre semafori rossi. Sono ambedue descrizioni reali, mancano solo di qualcosa. Sono io che decido di raccontare quanto voglio.
Questo blog è un puzzle, come scrivevo da qualche parte. E ogni post è un pezzo del quadro.
E' uno specchio che riflette un altro specchio.
Ma sarà sempre un quadro irrisolto, perché l'ultimo pezzo, il più importante di tutti, sono io da questo lato dello schermo che sto scrivendo.
Mi è sempre piaciuto giocare con le idee.


venerdì 18 ottobre 2013

Strane foto

L'anno scorso il mio hard disk esterno andò in tilt e morì. Detto in termini informatici: bruciò. Oltre duecento giga di dati andarono persi fra cui, i più importanti per me, video, registrazioni e fotografie di anni e di ricordi.
Passai, credo, quarantotto ore quasi senza dormire dalla disperazione, ero triste quanto a giugno quando mi cancellarono il mio blog e persi tutti i miei post, e in tutte quelle ore passate al pc riuscii a recuperare circa il 90% dei dati. La maggior parte delle fotografie risultarono integre, tante le persi e una gran parte risultarono così come le vedete qui sotto. Queste sono solo alcune di quelle sopravvissute.
Questa sera le stavo riguardando, e a dire il vero, non mi dispiacciono.