venerdì 30 agosto 2013

(Sovrap)pensieri

Brescia, 10 marzo 2013

E’ notte fonda mentre percorro le strade del centro: le vie sono ancora bagnate dalla pioggia di qualche ora fa. Gente nottambula che va e viene e magari per un secondo i nostri sguardi si incrociano per poi proseguire ognuno per la propria strada.



E’ tanto tempo che non vengo in centro, mi sorprendo di come le cose cambino, di come i negozi aprano e chiudano nel giro di pochi mesi. Non era così tanti anni fa. Poi mi fermo davanti ad ampie vetrine familiari con scritte cubitali “AFFITTASI”. E la tristezza mi assale. Nella mia mente.  

Ricordi e voci del passato legati a luoghi che ora non ci sono più. Tutto è cambiato, anch’io lo sono. Io che sono sempre stata per il progresso, che non mi spiego questo turbine di nostalgie e di volti del passato che ora tornano a galla davanti ad un cartello bianco in una vetrina oramai spenta. 

"Qui ci venivo a mangiare con la mia migliore amica di quando avevo sedici anni. Eravamo entrambe squattrinate, ma suo padre ci dava i buoni pasto del lavoro e ci sentivamo molto grandi ad uscire la sera e poi cenare in centro. Sceglievamo i posti più economici, ma per noi era come se fossimo in un ristorante, e invece era un self-service…”
E' la mia mente che mi sussurra.  

Anni Novanta.

Ero un topo di campagna trapiantata in una grande città. Le strade erano costeggiate di case ed edifici e le macchine scorrevano velocemente, sorpassandosi e strombazzando facendosi largo fra pullman, pulmini, macchine della polizia, ambulanze, pedoni, ciclisti, motorini, auto e furgoni parcheggiati sui marciapiedi e sulle piste ciclabili: tutto in un unico caos condito da lampioni e negozi sempre illuminati e notti mai veramente buie e silenziose.
Abitavamo appena fuori dal centro storico, sulla via principale per l’ospedale dove sentivamo l’ambulanza a tutte le ore del giorno. Io e mia sorella imparammo presto ad arrangiarci e a conoscere a memoria tutti gli orari e le fermate dei pulmini, tutte le vie e i bar. Eravamo in grado di spostarci da sole senza aver bisogno dei nostri genitori ed eravamo orgogliose di essere così ben informate e tanto cittadine.

A quei tempi frequentavo un istituto di sole ragazze al mattino in cui si studiava arte e moda, e al pomeriggio una scuola mista che formava musicisti. Passavo dalla scuola del mattino a quella del pomeriggio senza tornare a casa a pranzare: per tutta la settimana uscivo di casa alle sette e mezza del mattino per tornarvi dieci o dodici ore dopo.
Avevo sempre fame, con poche lire in tasca e riuscivo rare volte a consumare un pranzo completo. Forse anche per questo, da adolescente la mia vera ossessione era il cibo: io pensavo sempre a quello. Facevo  periodi di digiuno ferreo in cui non mi reggevo in piedi alternati a quelli di grande abbuffate e, in tutto questo casino alimentare, ero ossessionata dal peso che non volevo superasse i quaranta chilogrammi.
Avevo preso l'insana abitudine di passare al supermercato sotterraneo che c’era in piazza per comprarmi le palle di lattuga, che poi mangiavo staccando le foglie e lavandole sotto la fontana zampillante davanti alla scuola, prima di entrare a studiare musica. Non esistevano ancora le buste pronte, la gente si lavava l’insalata da sé.
“Sei pazza” mi dicevano i miei compagni di classe. E la gente si girava a guardare quella strana ragazza con in grembo una palla verde, seduta sul bordo della fontana, che pranzava con le foglie come se fossero state patatine. 

Allora mi dicevano che ero indecente anche per il mio istinto primario di dire le cose che pensavo e non quello che la gente voleva sentirsi dire, attirandomi grandi antipatie, perché mangiavo tutto quello che mi pareva in strada o alle fermate dell’autobus, perché mi vestivo in modo bizzarro. 
“Ma non ti vergogni?” 

Sono passati tanti anni da allora.

Passo davanti alle fontane. Ora sono spente e l’acqua stantia è scura sullo fondo. Non sento più la musica dell’acqua che scorre. Ascolto questo silenzio. 

Oramai le tengono sempre spente. C’è crisi, bisogna risparmiare su tutto. Ora nessun’altra ragazza pazza o indecente può più venire qui a bere, a rinfrescarsi in estate o… a mangiare palle di lattuga”.

Mi stringo nella mia giacca e mi dirigo sotto i portici per ripararmi dal vento. Questa sera fa freddo. Davanti al Teatro Grande, un cartellone riporta tutte le date della stagione lirica e concertistica e mi soffermo a leggere, in cerca di qualcosa che possa interessarmi.
Mi stacco per proseguire il mio cammino, ma qualcuno mi dice:
“Cos’è quello? Cosa suoni?” 

Mi volto a guardare le scalinate all’ingresso del teatro ma non c’è nessuno.
Nessuno mi parla, sono sola in questa notte. E’ la mia mente che mi perseguita, e sono ancora ricordi, solo ricordi.

Una volta, su questi gradini c’erano tanti ragazzi con dei cani, che si trovavano per chiacchierare e osservare i passanti. Erano mal visti dal buon costume e considerati giovani debosciati, senza speranze, senza futuro, senza rispetto, senza istruzione, senza famiglia. Se ti soffermavi a parlare con loro o peggio li conoscevi, eri una cattiva ragazza dalle brutte compagnie. Ma io so che a loro modo avevano dei sogni e dei progetti.

“Cos’è quello? Cosa suoni?” mi chiese una voce fra tanti.
Guardai verso quella direzione e risposi al ragazzo:
“Un sax”.
Osservai alcune ragazze con le calze a rete e i collant neri strappati e gli anfibi, il trucco pesante, la pelle sbiancata e gli occhi cerchiati di nero. I capelli unti e spettinati.
Lui si illuminò tutto:
“Davvero? Ci fai sentire? Sei capace?”. 
Esitai qualche istante, ma poi decisi di fare sentire.
“Ragazzi, ragazzi, fate largo alla musicista!” disse il ragazzo.

Furono gentili con me. Quel pomeriggio mi ritrovai in mezzo a loro a chiacchierare del più e del meno. Fumavano come ciminiere, mi dicevano che volevano andare a Bologna perché “Qui fa schifo”.
Alcuni vivevano lontano da casa in luoghi di comunità ed altri seguivano una particolare filosofia in cui la regola era il rifiuto di tutto ciò che non fosse natura: dai cibi, alla tecnologia, addirittura non si lavavano con acqua e sapone e sotto la doccia, perché secondo il loro punto di vista in natura gli animali non lo facevano.
In tanti avevano litigato con la propria famiglia e non volevano tornare. Altri erano semplicemente dei ragazzi della buona borghesia che andavano a scuola al mattino, e che non avevano meglio da fare che passare il pomeriggio sulle scalinate del teatro per avere un po’ di compagnia.
Suonai ancora qualcosa, ma proprio in quel momento passò il mio insegnante di musica che mi disse:
“Guarda che non li fai i soldi a suonare qui”.
Così dopo qualche minuto li salutai e ripresi la mia strada.
“Tu, quando vuoi, puoi sempre tornare qui da noi” mi disse il ragazzo.

Fisso i bianchi gradini vuoti e l’imponente portone scuro del teatro: questa sera è chiuso perché non ci sono eventi in programma. 
Non c’è più nessuno, da anni il comune ha dato il divieto di sedersi ed occupare l’entrata per una questione di decoro pubblico. 

“Mi dispiace”.

Mi dispiace perché dopo quella volta li ignorai. Ero ancora troppo fragile per sapere prendere una posizione convinta, senza starci male, la gente già rideva di me per i miei vestiti inusuali che disegnavo e mi creavo da sola, per la mia poca disciplina e per la mia incapacità di stare al mio posto, tutte cose gravi in un ambiente accademico. Se mi avessero vista pure là chissà che casini avrei avuto.

“Mi dispiace”.

Mi dispiace perché mi ero trovata bene quel pomeriggio ed erano stati simpatici con me. Non si meritavano il mio voltafaccia. Chissà dov’è finito quel ragazzo, se ha realizzato qualche suo progetto o ha fatto pace con i suoi. Chissà dove sono tutti.

“Mi dispiace” .

Perché ora me ne fregherei del giudizio altrui e li terrei come amici, li saluterei, ma ora non c’è più nessuno.
Non c’è più nulla di quel passato e mi dispiace.  

Cammino ancora e mi ricordo di quando da piccola, sotto questi portici, osservavo rapita i pittori e gli artisti che con i gessetti ricreavano famose opere d’arte e la gente passava e lasciava qualche moneta. Solo pochi spiccioli per dei così grandi talenti.
Nella mia ingenuità di allora, sognavo un giorno di scappare di casa e di mantenermi da vivere dipingendo anch’io per le strade come facevano loro.
Mentre ricordo, penso che i bambini di ora non possono più soffermarsi incantati ad osservare gli artisti di strada. Non possono perché il comune ha vietato di “imbrattare” le strade per “decoro pubblico”. Lo ha vietato e nessuno osa più fermarsi a disegnare o a suonare, lo ha vietato però non fa nulla quando la gente butta cartacce e rifiuti in giro anziché nei cestini. 

Quante cose sono cambiate in questa città, da quando lasciai Fog City e venni a viverci! 

Mentre passo davanti al cinema di fronte ai portici, mi viene in mente che una volta, in città, ce n’erano quattro o cinque, o forse più, che trasmettevano pellicole diverse nella stessa serata.
Si cenava al ristorante e poi a piedi si andava a vedere il film.
Negli anni Novanta aprirono il primo multisala e i botteghini in centro chiusero uno alla volta, non reggendo la concorrenza. Anche i piccoli negozi, al sorgere dei nuovi centri commerciali, non sopravvissero e fallirono.

Anni Novanta.

“Ho dei buoni pasto che mi ha dato papà! Glieli danno sul lavoro ma lui non li usa tutti e li ha regalati a noi. Stasera usciamo a cena. Andiamo al ristorante!” gridò Alessia sventolando i biglietti. “E ne ho un po’, possiamo permetterci il primo, il secondo, il contorno, il dolce, il caffè! Come quelli che lavorano!”

Sedici anni e la convinzione di potere tutto nella vita, ma non ero che una pedina in mano agli adulti.
Qualcuno un anno dopo mi avrebbe detto: “Hai diciassette anni? Diciassette anni buttati via al vento”.
Un giorno sarei diventata più forte.  

Non so dove sia Alessia, mi pare sia andata lontano e stia inseguendo la sua carriera di attrice.

Ecco, hanno pure chiuso questo self service in piazza e ora non c’è più nulla. Sono qui davanti col naso in aria, poi mi ricordo che la vita va avanti.
Io sono per il progresso, odio i rimpianti e le nostalgie, le cose vecchie. Qualche giorno fa in questa città hanno inaugurato la metropolitana, ne sono sempre stata favorevole, così come ho sempre approvato l’apertura dei nuovi centri commerciali perché sono comodi e creano nuovi posti di lavoro.

Mi incammino verso casa.

E’ notte fonda mentre percorro le strade del centro: le vie sono ancora bagnate dalla pioggia di qualche ora fa. Gente nottambula che va e viene e magari per un secondo i nostri sguardi si incrociano per poi proseguire ognuno per la propria strada.  

Ma questa notte mi sento un po’ triste. 

giovedì 29 agosto 2013

California, 1994




La pelle rugosa. Secca, raggrinzita.
Che impressione. La pelle degli anziani.

Non ho mai avuto nonni, non avevo mai visto anziani. O meglio, non avevo mai avuto modo di voler bene a qualche anziano. Non avevo parenti. Eravamo solo noi, noi sei, la mia famiglia. E né mio padre, né mia madre, avevano la pelle rugosa.

A Natale i miei compagni di classe parlavano di grandi famiglie riunite, di regali, paghette e parenti. Noi a Natale eravamo a tavola in sei come in tutti gli altri giorni dell’anno. Però si portava in tavola il pandoro farcito. Le domeniche sempre noi. Le riunioni familiari eravamo noi, ancora noi e in sei, cosa c’era di diverso? Noi, forzatamente uniti ed estranei al mondo. I miei non avevano amici perché è difficile stringere sincere e spontanee amicizie quando fai fatica ad esprimerti e la cultura e la mentalità sono troppo distanti dalle tue.

Non facevamo il presepe perché era troppo cristiano, ma l’albero sì, piaceva a noi bambini con tutte quelle luci e quelle palle. E a Pasqua pure l’uovo. E persino a Santa Lucia trovavamo i regali. Cercavano di non farci sentire troppo diversi dagli altri bambini, anche se si rifiutarono di battezzarci e si ostinarono a parlarci nella lingua madre. Le maestre dicevano, ai colloqui, che a scuola parlavamo italiano misto alla nostra lingua. Che non avremmo mai imparato a parlare correttamente così. Che non andavamo a catechismo come tutti gli altri. Mia madre rispondeva fiduciosa che avremmo capito col tempo quando e dove, con chi, avremmo dovuto usare certi suoni piuttosto che altri. E che bastava già l’ora di religione a scuola.

Tutti i suoi sforzi per farci sentire come gli altri. Ma io mi sentivo sola ed estranea ugualmente.

La prima volta che vidi dal vivo una pelle rugosa mi spaventai a morte. Pensavo fosse una persona cattiva, perché era pure cosparsa di macchie e tremava. Non volevo che mi toccasse. Venni sgridata da mia madre. Diceva che gli anziani andavano rispettati. Che era come se fosse un mio nonno o una mia nonna.

Nonni.

Come sapere che in Africa esistono gli elefanti, senza averne mai toccato uno. I cani invece sì, di quelli ne avevo accarezzati già tanti.

Non avevo mai avuto il nonno paterno, e le due nonne morirono sole nei loro paesi con tutti i figli sparsi lontani nei vari continenti. Mia madre pianse tanto, la ricordo in quella mattina d’estate stringere la lettera di una notizia oramai remota. Non ha mai potuto visitare la tomba di sua madre. E credo di aver sentito mio padre piangere una sola volta nella sua vita. Il giorno in cui arrivò quella telefonata da lontano.

Ricordo gli occhioni neri e rotondi di una vecchia signora persino più piccola di me, con i capelli d’argento lunghi fino alle caviglie, sempre raccolti in una pesante crocchia. Riuscì a venire un’unica volta in Italia. Guardai sorpresa quell’estranea che doveva essere la madre di mio padre. Ero un po’ imbarazzata di essere vestita e conciata da adolescente europea con lei al cospetto in abito scuro e tradizionale. Non mi abbracciò perché non è nostra usanza esternare gli affetti. Ma mi strinse le braccia e tremava. Disse: “Sai parlare la lingua? Posso comunicare con mia nipote”.

Morì l’anno dopo. Forse avrei preferito non conoscerla mai. Che senso ha conoscere i nonni se dopo muoiono. Fa solo star male.

Dopo la guerra, dopo i dieci anni di prigionia, il mio nonno materno venne richiamato dall’ambasciata americana, in ricordo delle vecchie alleanze e dei servizi militari, e mandato a vivere in California.
E lo conobbi lì, insieme ad una parte dei “parenti”.

Parenti.

Come sapere che in Australia esistono i koala, ma non ne avevo mai toccato uno.

Negli Stati Uniti è facile ingrassare. Strano vedere i parenti in sovrappeso. Pensavo che facendo parte della mia famiglia fossero tutti magri. Come noi. Noi sei.

Decantavano la California facendo intendere di essere stati più fortunati di noi, intendiamoci: fra Italia e California non c’è paragone.
“Chiunque vorrebbe vivere in California” dicevano. E poi: “Ma anche in Italia c’è la guerra? Avete da mangiare? Le tue figlie sono tutte sottopeso” dicevano a mia madre.

Mia cugina aveva un anno in più di me, e a sedici anni girava con il macchinone. Aveva già ritoccato gli occhi e rifatto il naso, portava unghie e ciglia finte e si stupiva che noi sorelle avessimo i capelli neri e che io non fossi mai stata da un’estetista. “Posso almeno farti i riccioli? Non ti tocco il colore”. Ero la sua cuginetta “poco sveglia”, il topo di campagna del terzo mondo. Ma mi voleva bene, ero solo da proteggere e da svezzare.

Mio nonno se ne stava in silenzio nella sua nostalgia senza dire la sua e un giorno, quando furono soli, lo sentii dire a mia madre: “Le tue figlie mi ricordano le ragazze laggiù. Sono ancora snelle e naturali”. Disse che io da dietro gli ricordavo tanto mia madre da ragazzina. “Crescile sempre così, non lasciare che ingrassino e che si facciano influenzare dagli artifici”.

E poi c’erano gli altri parenti, un’altra parte dei misteriosi parenti, in Nebraska. Andammo a conoscerli.

Mio zio mi guardò in faccia ed esclamò a mio padre: “E’ uguale a nostra sorella!”

Il giorno in cui ci riportarono all’aereoporto mio cugino disse: “Quando ci rivedremo voi sarete già oramai sposate e con i figli”.
E da allora passarono quasi vent’anni.

Parenti.

Un po’ come aver visto da vicino, allo zoo, dei koala, ma alla fine non sono esseri con cui puoi conviverci e avere in casa come un gatto o un canarino. Rimangono là. E io di qua. Funziona così.
E ce ne tornammo in Italia.

La pelle rugosa.

In Italia c’era una signora che era particolarmente rugosa e che incontravo spesso sul mio tragitto dalla casa al centro.

Come se fosse una tua nonna.

Non so perché mi guardava sempre con simpatia, così io mi sentivo in obbligo di salutarla: “Buongiorno”, se non altro per educazione.
Lei era sempre là sul cancello, ma un giorno sparì per quindici giorni e quando la rividi, dopo il consueto “Buongiorno” le chiesi: “E’ stata bene?” essendo così vecchia avevo creduto che fosse morta.
“Sono stata male sì, ma sono tornata”.

Mi invitò a salire per un the nel suo appartamento. Non so perché accettai. Ero stata veramente in pensiero in quelle due settimane, e non sapevo neppure chi fosse.

La sua casa era piena di fotografie e di nostalgia. Odorava di naftalina. Era felice di avere compagnia, mi offrì dei pasticcini e parlò, parlò. Aveva sete di raccontare. Delle fotografie, dei figli e dei nipoti. Alcuni lontani, alcuni vicini. I suoi nipoti che erano la sua gioia.

La nonna quando eri piccola ti adorava, non sai quante coccole.

No, non lo sapevo. Avevo un anno quando mi portarono via da lei.

La nonna ti parlava, ti voleva bene. Diceva “questa bimba è molto sensibile”, non bisogna parlare a voce troppo alta…

Lei morì sola, senza i suoi figli, senza mai più rivedere i suoi nipoti.

Non ho mai più rivisto la vecchina sul cancello perché la mia famiglia si trasferì nuovamente e non passai più per quella strada.


Ho un allievo anziano. Molto anziano, che ha deciso di imparare a suonare perché l’ha sempre desiderato.
Un giorno mi disse: “La devo ringraziare, nonostante la sua giovane età, ha una sensibilità che non ho conosciuto spesso e un rispetto per gli anziani… ecco io la ringrazio per la sua pazienza che ha con me”.

L’ho guardato in volto: ha i capelli tutti bianchi e la pelle rugosa.

Potrebbe essere tuo nonno.

Il mio unico nonno rimasto che vive solo a San Diego. L’ultima volta che l’ho visto avevo quindici anni. I suoi figli e i suoi nipoti sono sparsi per i vari continenti. La guerra non colpisce solo una generazione. Si protrae nelle generazioni future e cambia le storie, le carte in tavola. Cambia intere vite, le divide per sempre.

“Lei è molto paziente con me”.

La sua faccia è veramente rugosa. Rispondo: “Grazie”.

La pelle rugosa oramai non mi spaventa più.

mercoledì 28 agosto 2013

L'sola che c'è

Dove vivo io c'è sempre casino. C'è la vicina che litiga giorno e notte con la figlia, che piange. Quell'altra che sgrida il figlio ad alta voce e va avanti per mezz'ora, si sente per tutto l'isolato. Grida sempre le stesse cose:

"Io voglio vivere, questa non è vita. Non mi fai vivere! Devo già sopportare tuo padre, e devo sopportare te, lo fate apposta, lo fate apposta! E' una vita di merda per colpa sua e per colpa tua!"

Ci sono le voci dei bambini, le voci dei nonni, l'abbaiare dei cani.

Siamo un isolato di case tutte vicine e ci vivono tante persone. Giorni fa si sentivano i rumori degli imbianchini che facevano i lavori in una casa. Furgoncini, uomini che andavano e venivano. Oggi è tutta la mattina che sento i macchinari in un' altra casa, l'indomani sarà qualche altra ancora o più case contemporaneamente, del resto l'estate è la stagione migliore per i lavori di ristrutturazione.

Poi ci sono le feste e le attività dell'oratorio qui vicino, le partite di calcio, i bambini, le voci all'altoparlante.

Quelli che arrivano in tarda notte con la radio a tutto volume e quelli che per pigrizia, anzichè citofonare o chiamare, schiacciano il clacson della macchina per far scendere e gridano da sotto conversazioni di quarti d'ora.

A volte, sempre più spesso, sogno di andarmene via.
Non tanto per i rumori, ma per sentirmi veramente sola. I rumori esterni mi ricordano che c'è il mondo e faccio fatica ad isolarmi.

Non si giudica il grado di introversione ed estroversione di una persona da come si pone con gli altri, il dialogo e la conversazione si possono imparare. Io per brevi tempi so stare in mezzo alla gente e appaio anche socievole, ma la verità è che mi trovo più a mio agio nella mia intima quiete.

Non guardo la televisione perché non sono in grado di accettare i tempi delle notizie e di quello che succede nel mondo con i ritmi altrui. Piuttosto, quando ne ho voglia, faccio un giro in rete per cercare quello che mi interessa di sapere. Preferisco scegliermi i miei film e guardarmeli in dvd.

Non ascolto la radio in macchina quando devo guidare perché mi distrae dai miei pensieri. La musica dei cd accompagna quello che passa nella mia testa in quel momento, a volte mi è proprio difficile ritornare alla realtà, alle voci dei dee jay, agli spot, alle canzoni in classifica.

Il telefono, o meglio i telefoni, sono dei mezzi che spesso e volentieri spengo o metto in offline, perché l'idea di rispondere e dover fare conversazione quando non sono in vena è troppo impegnativo, e dire "Pronto?" svogliatamente è scortese e offensivo.

Però quando divento raggiungibile sono disposta a chiacchierare.

Ma che fatica vivere così nel 2013!
Pare non sia più tollerabile essere irraggiungibili in poco tempo all'epoca dei cellulari... la reperibilità è divenuta una necessità.

Eppure non era molto tempo fa, quando lasciavo il telefono di casa squillare finchè non rispondeva la segreteria e la gente non se la prendeva se dicevo che ero in giro. O quando davo istruzioni a chi rispondeva di dire che non ero in casa e di riferire. Mi facevo gli affari miei serena e tranquilla, senza fattori esterni che mi turbavano, i messaggi mi venivano recapitati ugualmente.

Siccome però io faccio lo stesso, sempre un po' quello che mi gira, mi prendo il diritto di spegnere il computer e di staccare i telefoni quando ho bisogno di lasciare tutto fuori. 
Li accendo, anche frequentemente, per controllare se qualcuno mi cerca e rispondo scrivendo. Poi li metto di nuovo in modalità aerea. Mi piacciono i messaggi in posta elettronica e via sms perché la comunicazione avviene con calma e quando mi giunge l'ispirazione di farlo. Sono piuttosto disponibile a scrivere. La gente se la prende, ma non capisce che sarebbe più semplice mandarmi un sms per dirmi quello che vuole, potrei anche richiamare.

Hanno appena spento i macchinari. Suppongo vadano a pranzare pure gli operai e i muratori.

Mi piace tanto un po' di silenzio. Il silenzio in musica corrisponde alle pause. I silenzi sono i messaggi più carichi ed assordanti, quando ci si parla. Le parole mascherano, ma il silenzio rivela.

Il silenzio è la libertà di pensiero.

Ho bisogno di andarmene via da qui, da questi rumori. Da queste persone.
Oggi è proprio difficile.

Oggi sarebbe tanto bello avere un paio d'ali e volare via nell'Isola che c'è.

martedì 27 agosto 2013

Vlog #1 - L'autoradio di Claudio

Ultimamente vanno di moda i vlog, cioè dei video-blog.
Basta aprire un canale su Youtube e raccontare a voce, anzichè scrivere, quello che si pensa e/o si è fatto durante la giornata. Un vero è proprio post ma in formato audio anzichè scritto.

Io personalmente preferisco scrivere, anche perché per realizzare un video mi toccherebbe farmi carina apposta, visto che tutti mi vedrebbero, e non ne ho voglia. Invece a volte scrivo tutta spettinata, struccata e assonnata, sbadiglio e mi stropiccio gli occhi mentre sono all'opera e nessuno lo sa (ora sì).

Però i video mi piacciono per immortalare momenti significativi, sono più vicini alla realtà, anzi, la riprendono così com'è. Non penso mi verrà mai voglia di aprire una canale apposta per dei vlog, ma ho qualche video divertente che ho girato in compagnia di amici e anche postato su Facebook. 

Questa mattina ne ho rivisto qualcuno e a distanza di anni mi viene ancora da ridere, così ho deciso di aprire una nuova categoria di post su questo blog, che di professionale non c'è molto, ma di personale sì. Qui io scrivo di argomenti più disparati e ci stanno anche questi: era proprio così che volevo fosse il mio spazio web quando l'ho aperto.

Ecco il primo vlog:


lunedì 26 agosto 2013

Puzzle

Una ragazzina dall'abbigliamento provocante si dondolava sulla catena scuotendo i capelli corti e spettinati, con le punte all'insù.
Lui di fronte a lei ascoltava. Erano amici, solo amici. Lei parlava dell'altro, di quello che non la voleva e si prendeva gioco di lei, e lui cercava di tirarle su il morale, nonostante fosse molto affezionato a lei, così affezionato che quasi gli faceva male sentire quelle confidenze, ma, a quel tempo, lei ancora non lo sapeva.

I primi venti autunnali erano freddi e vuoti. Il senso di abbandono era una morsa insita, profonda. Il vento sollevava in aria le foglie gialle.
A casa non c'era nulla per cui tornare. Una casa fredda e abbandonata a se stessa, come quelli che ci abitavano. C'era un pianoforte. Suonava solo musiche strazianti. 

Quando lei andava a casa della sua amica invece, si sentiva in una famiglia. Quando scendeva la sera e finivano di fare i compiti, doveva però tornare dai suoi. Quella famiglia che non era un famiglia. Ogni volta ritornava la solitudine e la sensazione di essere abbandonata da quelle persone così unite e serene. A volte si fermava per cena, ma il momento di affrontare la realtà tornava sempre.
Tornare a casa di notte in pulmino. La casa che non era una casa. 

Una volta si beccò tutta la pioggia di primavera alla fermata dell'autobus. La camicetta attaccata al corpo tremante di freddo. Un sorriso, un ragazzo fra la folla di viaggiatori si rivolse a lei e condivise l'ombrello. Nessuno dei due disse nulla. A volte gli sguardi si incrociano, così. 

Le lettere arrivavano molto lentamente, a scuola il tempo non passava più. Tutti i giorni correva a casa per controllare la cassetta della posta, con il cuore che batteva forte. "Non cambiare, non divenire un numero fra i numeri" le scriveva. Quelle lettere rendevano meno faticoso crescere, sopportare il caos che girava attorno. Parole amiche da lontano, significavano tanto.

La mamma della migliore amica disse alla figlia: "Ai suoi genitori non gliene importa nulla di lei" e l'amica glielo riferì. Fa questo effetto una minigonna troppo corta e strati di ombretto nero e rossetto. Pregiudizi.
La stessa madre anni dopo disse alla stessa figlia: "E' un po' che non la vedo, non la frequenti più? Mi piace, è una brava ragazza".

Correva, correva in salita più veloce che poteva per sfidare la resistenza e per stancarsi così da non sentire più nulla. Fino a far esplodere il cuore. Fino a vomitare l'anima.
La pioggia batteva sui vetri, le coperte erano pesanti ed era bello non svegliarsi più. Ma nel dormiveglia si udivano grida e litigi. Questa era la realtà, così si tirava le coperte fin sopra le orecchie e si nascondeva sotto per sognare il calore.

L'insegnante di lettere lesse più volte i suoi temi in classe. Sceglieva sempre e solo i suoi. Era persino imbarazzante, davanti a tutta la classe. Ma quella volta disse una frase che non scordò più: "Quando leggo queste cose, mi rendo conto che siete ancora così piccoli fuori, ma così grandi dentro". Fu una rara gratificazione ricevere un apprezzamento da un adulto.
Più spesso le dicevano: "Sei superficiale".

E poi c'erano le bidelle che le davano consigli su come comportarsi con i ragazzi. E i bidelli che interpretavano i comportamenti misteriosi di quegli piccoli ometti indecisi. Prendevano pure a cuore la questione. A volte gli aiuti dagli adulti arrivano non dai genitori, ma da immagini più disparate.

Era più bello stare in giro. Non tornare indietro.
Quanto abbandono a se stessa.
Frammenti di scene e di ricordi. 

Di che colore lo tingeresti questo puzzle?

Ora rileggi tutto dall'inizio. In ogni scena c'è nascosto dell'amore.

C'è una casa sempre vuota perché la madre era assente per andare a lavorare, per rendere più serena la vita dei figli. Ma quando rincasava era sempre così stanca che spesso si chiudeva in camera col mal di testa.
C'è un padre che per uno sbaglio lavorativo si sobbarcò tutto il peso degli errori, per anni.

Ci sono persone estranee che ti sorridono e ti riparano dalla pioggia.
Ci sono famiglie serene, esempi felici.
Ci sono docenti che insegnano agli adolescenti chiusi in se stessi ad esprimere quello che sentono.
Ci sono inservienti che accolgono le confidenze e consigliano a fin di bene.
Ci sono amici in cui l'amore è così grande da essere disposti a mettersi da parte per la felicità altrui.
Ci sono persone che da lontano ci tengono a farti sapere che vali qualcosa e ti prendono per mano per aiutarti ad attraversare l'adolescenza.
Ci sono pregiudizi che cadono nel tempo e vanno oltre le apparenze.

C'è una ragazzina che è cresciuta nel tempo e che tutto questo amore lo porta ancora con se. 

Pezzi di amore di quello stesso puzzle.

Non erano solo momenti di sconforto. Erano delle lezioni d'amore. Lezioni difficili da imparare. Lezioni che non si sarebbero mai apprese rimanendo sempre nello stesso punto di vista.

Di che colore lo tingeresti, ora, questo puzzle?





Divagazioni

Il momento migliore della giornata, per me, durante le ferie, è il dopo pranzo. Appena dopo però, perché poi mi sdraio "solo un po'" e finisco con l'addormentarmi. Non so perché ho sempre così sonno ultimamente.

Nonostante tenda un po' a vivere fuori dalle regole, sono una che con fatica mentale e sforzo fisico è riuscita a portare a termine il conservatorio, più o meno ribellandomi a tutti gli ordini e alle imposizioni, il che vuol dire che una parte di me è stata plasmata a forza alla disciplina e al dovere. Come ficcare un cilindro in una forma quadrata. Il cilindro, un po' ammaccato è rimasto tuttavia un cilindro, ma dopo anni di imposizioni ha imparato a diventare anche quadrato quando serve.
Questo senso civico, chiamiamolo così, mi è rimasto, perciò: il mattino è dedicato allo studio.

Svegliandomi tardi non è che mi eserciti chissà quanto, ma l'importante è farlo tutti i giorni. Adesso che sono in vacanza studio un'oretta. E quando dico che studio non significa che mi diverta, ma che faccio un'ora di note lunghe, scale, arpeggi ed esercizi meccanici. Poi passo ai brani da preparare, se ce ne sono, che significa suonare cose più piacevoli, finchè lo stomaco reclama il pranzo.

Dopo però mi sento la coscienza a posto ed è per questo che il dopopranzo è il momento migliore, perché mi sento come se mi fossi tolta di mezzo tutti i miei doveri per potermi dedicare a cose più interessanti, come alle relazioni sociali, che consistono nel rispondere ai messaggi in posta elettronica e, se mi gira, scribacchiare qualcosa sul mio blog.

Dopo la pennichella dovrei lavorare un po' al computer con i lavori di scrittura musicale, trascrizione, arrangiamento eccetera... ma non sempre lo faccio, perché le alternative sono più divertenti, come leggere, fare shopping, suonare il piano, giocare con le nipotine o andare a prendere il sole.

Questo non dura per sempre, durante l'anno scolastico il pomeriggio sarò a scuola ad insegnare e la sera avrò le prove e le serate. E nei week end usualmente si lavora per intrattenere e divertire la gente.

Settembre è vicino e gli impegni si avvicinano. Questi giorni di relax saranno gli ultimi. Ma mi guardo indietro e sono tuttavia contenta. Il tempo passato quest'anno mi ha fatto crescere un po' di più. Momenti piacevoli, momenti più difficili, amicizie che ricompaiono dal nulla dopo anni, persone nuove che ho conosciuto.

Parlo come se fosse già la notte di San Silvestro e siamo solo ad agosto, ma per chi insegna l'anno scolastico è più significativo dell'anno solare, e io sto aspettando il "nuovo anno", con la fiducia e l'entusiasmo di vivere nuove esperienze.

Sono state delle belle vacanze.

Ora è il momento del pisolino.


 

domenica 25 agosto 2013

Il conservatorio e la creatività

Ieri sera abbiamo parlato di un argomento interessante: la creatività.

Spesso si associa questa caratteristica agli artisti dei vari campi e ai musicisti... io che ho studiato arte e musica invece, penso che, nel contesto del conservatorio, la creatività è l'elemento più soffocato che ci sia.

Non bisogna essere creativi se l'indirizzo scelto è di diventare degli esecutori, cioè tutti gli indirizzi a parte composizione e jazz. Essere esecutori, che è quello che si diventa a fine percorso strumentale, non fa diventare dei musicisti. Io per esempio mi sono dovuta allenare nella testa per potermi definire "musicista", quando mi viene chiesto che cosa combino nella vita. Mi verrebbe più logico rispondere: "Suono". E non è che soffra di bassa autostima o di crisi di identità, ma perché è quello che ci insegnano a fare: avere una buona padronanza dello strumento e della lettura per eseguire delle parti scritte. Cioè ci viene insegnato ad ubbidire, non a fare di testa nostra. Non dovevamo creare. Anzi, essere creativi era una componente pure a svantaggio.

A causa del mio percorso, quando penso alla musica non la associo all'arte, ma piuttosto alla scienza e alla matematica, e avendo avuto sia allievi con una mente artistica che matematica, ho veramente riscontrato che quelli della seconda categoria sono più portati a studiare la musica. Vanno più a tempo, hanno più disciplina nello studio, analizzano e comprendono meglio e sono più disposti ad adattarsi alle regole, che nel dover rispettare una parte scritta è necessario. Di riscontro gli allievi artisti, che di solito non si sbattono per migliorare la tecnica, quando hanno talento musicale sono però più espressivi, sempre che riescano ad esternarla perché impediti dalla tecnica stessa.

Poi ci sono i musicisti creativi, che scrivono e compongono canzoni, hanno uno stile di vita meno inquadrato, il più delle volte stanno fuori dal conservatorio e a volte non sanno neppure leggere la musica. Questo è il genere che di solito ascolto. Diciamo pure che alla classica preferisco il rock selvaggio e quei minimalisti tanto condannati di Einaudi, Sakamoto, Nyman, Tiersen e compagnia. Nel contesto accademico, per i miei gusti e per le mie conoscenze, vengo definita "un'ignorante musicale", ma non lo ritengo un mio problema.

Considero più creativo un cuoco che inventa ricette di un esecutore uscito dal conservatorio.

Ma io mi sento creativa. Sono una creativa nel risolvere i problemi. Quando capitano degli imprevisti, cose da risolvere, si attiva in me la mia parte artistica e la mia fantasia, e mi ingegno per trovare soluzioni. Oppure prendo spunto dalle cose inaspettate per farne argomento di conversazione o per scriverci qualcosa. Così i bastoni fra le ruote possono pure assumere un significato stimolante.

Vista così, la creatività può far parte di qualsiasi lavoro, non solo in quelli artistici. Un responsabile potrebbe trovare più modi o canali di comunicazione per farsi ascoltare. Un insegnante per spiegare le lezioni. Un genitore per passare il tempo con i figli, un medico per guarire una malattia. Una commessa per vendere o allestire una vetrina.

Quando facevo la barista, la mia collega ci teneva a decorare con il latte schiumato i cappuccini, presentandoli con disegni di facce sorridenti, fiori, cuori, lettere... era bravissima.

C'è una componente creativa un po' in tutti, che viene soffocata da grandi, quando ci dicono che fare gli artisti non porta a casa i soldi. Che le mogli e i mariti che stanno in giro a suonare non sono dei bravi compagni/gne o genitori. Che se si mangia quando non è ancora ora, anche se hai fame, è sbagliato. Che però se è ora di mangiare e non hai fame devi obbligarti a mandar giù qualcosa. Che se non hai sonno ma è ora devi dormire. Per poi magari rigirarti nel letto. Che se hai sonno devi cercare di star sveglio anche quando potresti riposare perché è una perdita di tempo. E un'infinità di altre regole mirate a reprimere i nostri istinti.

E dopo ci si stupisce del come mai è difficile sentirsi felici, quando si vive cercando di ignorare il proprio corpo e i propri sentimenti, per sforzarsi di fare le cose ritenute giuste dalla società.

Dai: ascoltatevi un po' di più, vogliatevi più bene, esprimete le vostre emozioni, e siate tutti più felici. 
Questa è creatività, una cosa così bella!


Il cinema è un luogo chiuso

Quanto sono reali le fobie? Se uno non ci pensa poi non le ha più?

Questa sera si pensava di andare al cinema, dopo aver cenato insieme.
Io ero pure contenta all'idea e sceglievo insieme il film.
Il discorso della claustrofobia è venuto fuori quando eravamo nei parcheggi sotterranei e raccontavo come mai di solito li evito, eludendo di aggiungere che uno dei motivi è perché mi ci perdo sempre e non trovo più la macchina. Il motivo ufficiale è però la mia fobia degli spazi chiusi. Non è in forma grave, mi ci adatto e non mi crea problemi nella vita di tutti i giorni. Ma parcheggiare in luoghi chiusi, stare in stanze senza finestre, prendere l'ascensore, mi da sensazioni di leggero fastidio. Se il tempo è prolungato mi viene proprio la nausea. Io adoro gli ambienti con tante finestre e luce naturale, ne ho proprio bisogno.

Però la cosa strana, è che ultimamente mi sono scordata di soffrire di claustrofobia.
Mi sono scordata di stare attenta e di evitare certe situazioni. E forse per questo non ne ho più sofferto, oppure sono stata pure male, ma non consapevole del perché.

Questa sera ad un certo punto, mentre mi veniva raccontato di un amico che soffre di vertiggini, il mio cervellino ha iniziato a fare dei collegamenti. Il procedimento mentale, nell'ordine dei pensieri, è stato: 

- Caspita quanto tempo che non vado al cinema... saranno almeno tre anni.
- Ma perchè non ci sono più andata?
- Qual'è l'ultimo film che ho visto al cinema? Ah sì: quella volta che...
- Quell'ultima volta che dopo mezz'ora di film sono dovuta uscire e per tutta la durata mi sono seduta sui gradini ad aspettare gli altri.
- Quella volta mi veniva proprio da rigettare.
- Ah ma no io non riesco a stare in un cinema: tutto buio così, senza uscite e un sacco di persone ammassate!
- Ma stasera? Non posso, poi sto male di nuovo...

- E non potevi dirlo prima? - mi viene detto.
- Mi sono dimenticata di questo problema... ma provo, magari stasera non mi succede niente - rispondo.

Poi per fortuna a tavola, eravamo talmente presi bene a chiacchierare che nessuno aveva più voglia di guardare il film, quindi non è stato per causa mia se non ci siamo andati.

Mi domando però, se io non mi fossi "ricordata" e ci fossi andata, avrei avuto ancora le nausee? Le sensazioni fastidiose? Le fobie sono veramente fisiche o sono solo psicologiche?

Chissà, forse dovrei provarci, ma adesso che mi è venuto in mente e ci penso potrebbe essere un esperimento inutile. Oramai sono condizionata.

Dovrei dimenticarmene di nuovo. Magari fra tre anni, potrei fare un altro tentativo di andare al cinema. Per quell'evento spero proprio che esca un bel film.

sabato 24 agosto 2013

Brandelli

Quante persone si incontrano nel corso di una vita?
Più di mille, più di un milione.

Ma quante restano, quante se ne vanno, quante parcheggiano per un po'. 

Alcune rimangono a lungo, ma quando vanno via non lasciano il segno, altre sostano solo per poco tempo, ma non le si dimenticano più.

Non voglio scrivere in questo post delle persone che hanno fatto o ancora fanno parte della mia vita. Ma piuttosto di quelle in cui io ho lasciato qualcosa. E' un altro punto di vista.

Spesso ci si concentra su se stessi, io invece, sovente, preferisco pensare alle emozioni degli altri. Mi piace osservare, ascoltare, sollevare.

Tutto diviene una piuma, un sorriso.

Non sono venuta al mondo per fare del bene, o per lo meno, questa non è una mia scelta.
Non sono qui per farvi sentire meglio, non mi sforzo di alleviare i dolori.
Sono troppo pigra per votarmi alla carità. Il mio unico impegno è di non fare del male, nei limiti del possibile. 


Tutto qui. 


Vivo per me e mi aspetto che anche gli altri lo facciano per se stessi, per stare bene. Per stare in pace.


Però. 
Ecco.


Mi ricordo della prima volta in cui me lo dissero, avevo quindici anni.

"Tu mi regali serenità" mi disse.
E da allora svariate volte nella mia vita mi è capitato di ascoltare queste parole, anche in altre forme, anche senza capirne esattamente il perché. Magari solo un po'.
Io so di lasciare la mia traccia.

Non sono presuntuosa.


Vanitosa sì.
Narcisista sì. 
Un po' egocentrica pure.
Ma neanche tanto. 


Ma lo so.
Lo so di lasciare il segno nelle persone. Non mi impegno per farlo, ma succede così.
Donne, uomini, bambini.

A volte mi sento come se le persone facessero a gara per avere un pezzo del mio puzzle, come se si accontentassero di una parte di me anche senza capirmi interamente, pur di non lasciarmi andare via del tutto. Forse perché non sanno star bene con loro stessi.

La mia famiglia, i genitori, i miei amici, le storie passate.

Ma il puzzle è mio e decido io a chi voglio donarlo, tutto intero, senza smacchi.
Non lo chiamerei amore o affetto, un voler tenere tutto per se un mio brandello. 

Amore è riconsegnare quel brandello dopo averlo conosciuto. Anche se non compreso. 
Non era un quadro intero per poter comprendere. Gli altri pezzi li ho tenuti io.

Bastano i ricordi, buoni o cattivi.
Ci sono stati.

Ma tutto diviene una piuma. Col tempo. Poi sarà un sorriso.
Quante nuove persone da conoscere nel futuro. Persone migliori di me.


Questo puzzle è mio. 
Io sono nata libera. Di donare, di volare. 


Tutto qui.



Alice e le bambole II

Eravamo in procinto di partire, all'aereoporto. Lei era sul ciglio della strada. Non la solita Alice, ma una signora dismessa e dall'aria smarrita vestita color tortora.
Non so perché mi fermai a parlare con questa donna, sembrava bisognosa di aiuto.
Il mio accompagnatore invece mi metteva fretta. Dovevamo andare a suonare.

Sì, sì. Gli rispondevo. Un attimo...
Allora intanto vado a sbrigare le cose... tienimi questo. Disse lui.

Mi diede il suo strumento in mano e partì di corsa lasciandomi sola.

Aiutami. Disse Alice. La mia piccola Morena...
Sei sola? Domandai. 

Lei annuii. Sono abbandonata.
Sentii umido fra le mani e mi guardai i palmi. Erano imbrattati di sangue. Il mio? No, il suo, di lui.

E' andato via. Disse Alice.

Sanguinava. Sapevo che aveva sanguinato dalla gola. Sangue di lui sulle mie mani.
Pensai sgomenta, e mi chiesi se l'avrei mai più rivisto.

Sputa sangue per aiutare me. Fu il mio pensiero.
Non tornerà. Disse Alice. Non puoi più partire.

Non mi è mai venuto in mente di chiederle come e cosa sapesse di noi due.

Eravamo in un cimitero e lei sembrava malinconica. Anch'io ero triste.

Parlami di Morena. Dissi.
Ho avuto una Morena... anzi quattro Morene in due anni. Due coppie di gemelle.
Che bello! Esclamai.

Ma lei era strana... raccontava le cose come quelle cantilene ipnotiche delle bambole dalla voce infantile e cristallina e gli occhi di vetro fissi.

Morena non c'è più. Disse.

E improvvisamente mi accorsi che era diventata una ragazzina bionda dagli occhi celesti e sognanti.

Morena è morta.

Sbattei le palpebre per vederci meglio perché la mia vista mi ingannava. Era tornata ad essere la signora brutta e malinconica.

L'ho uccisa io. Tutte e quattro le Morene. E scoppiò a piangere.

Ero imbarazzata. Disorientata. 
Aveva ucciso le sue bambine. Le quattro bambole. Due coppie di gemelle.

Non so perché l'ho fatto. Pianse. Aiutami. La mia Morena mi manca tanto.

L'abbracciai. E le parlai per un po'. Quando ci rialzammo l'avevo convinta a costituirsi e andammo dalla polizia. Persi l'aereo e lui non lo vidi più. Forse spiccò il volo. Ma avevo ancora le mani sporche del suo sangue.

Alice andò in prigione. Ma faticai a capire che quella figura esile e bionda fosse la stessa signora vestita color tortora. 
A me rimase il vuoto, che neppure le mille domande e quella fitta al cuore e allo stomaco riuscirono a scaldare. Avevo bisogno di sedarmi.

Non capisco. Non capisco il sangue. Non capisco nulla. 
Sento ancora la sua voce che lamentosa e derisoria mi confessa:

Le mie quattro Morene. Ho ucciso la mia Morena.

Perché aveva scelto proprio me?...


(Continua...)

giovedì 22 agosto 2013

Indocina

Nota:  I racconti qui pubblicati sono inediti  ed interamente ideati e scritti da Thasala Phan, a cui appartengono tutti i diritti (vedi nota in fondo alla pagina). Alcuni luoghi citati, i personaggi e le trame sono frutto di sola fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


*** 


Nacqui nell'Impero Celeste, dai monti ricoperti di neve. Vidi candidi bucaneve, pastori, greggi. Successe in un tempo ormai morto nei secoli. E scorro. E cerco. Io posso solo guardare avanti e mai tornare indietro.

Ho visto uomini mutare e guerre susseguirsi nella storia dell'umanità. Il loro sangue ha colorato le mie acque per poi diluirsi e sbiadirsi in esse. Molte lacrime si sono perse nelle mie correnti. Io lavo le ferite e purifico le anime addolorate delle vedove e degli orfani. Gli uomini nascono, gli uomini muoiono. Gli uomini uccisero per conquistare le terre, per ottenere il potere. Alla fine morirono tutti. Li vidi sbagliare, soffrire, lottare per ottenere la felicità, ma alla fine morirono tutti.

Ma io posso solo osservare, non posso aiutare, consigliare o confortare, anche quando so che sbagliano. Io posso solo proseguire il mio percorso ed allontanarmi dalla mia culla di bucanevi. E proseguo a sud, nelle terre dei nomadi dominate dal sole.

Per mille anni il popolo dell'Impero Celeste ha invaso questi territori, mescolando la sua pelle chiara con la carnagione arsa dei contadini e dei pescatori. Impose i suoi suoni e il suo idioma. Dagli stupri e dagli amori proibiti, clandestini, nacquero bambini bastardi. Non vi fu mai pace nelle terre del sole.So che per l'uomo sarà sempre così.

Io scorro e cerco il mare. Bramo di sapere tutto quello che non conosco. Sto scorrendo e fluisco sempre più impaziente. Come un adolescente che vuole la sua libertà e sogna di diventare adulto subito, senza sapere che un giorno ricorderà e rimpiangerà il suo passato, i giorni spensierati.

Mi chiamano Fiume Rosso ma io non ho nomi. Posso solo andare avanti. Dinnanzi a me la distesa sconosciuta ed immensa mi aspetta, ma anche se ho paura io devo seguire quel destino, è il disegno della mia vita fin dalla nascita.

Scorro sempre più velocemente, è un gelo nel gelo. E poi.

Freddo. Luce e buio.
Amaro e salato. 
Tante lacrime, e nessuna scelta.
Respiro.
E’ come nascere una seconda volta.

Ricordo vagamente quando ero un timido corso d’acqua sulle montagne. Ero un ruscello che scorreva vicino alle loro voci e alle loro storie. Poi divenni fiume, e nella mia culla di bucanevi non potei più tornare, perché le correnti di un fiume non possono mai invertire il loro percorso e scorrere verso i monti.

Ora sono in questa pace grandiosa e oscura dal profumo salmastro e l'impeto irruente delle cose selvagge. Dolce e calmo, forte e micidiale. Sono il freddo e la lotta, la natura avversa contro cui inutilmente combatte l’uomo. La mia forza potrebbe anche ucciderli. Quando l'ira pervade, le onde selvagge ribolliscono sulle rive, sputando i cocci lasciati dall'umanità, dal tempo e dalla storia.

Ora che ne faccio parte, sono veramente consapevole di essere solo. Ma si nasce innocenti una sola volta.

In questa immensa solitudine.
Comincia la mia nuova vita.

Oceano Pacifico.

mercoledì 21 agosto 2013

Le bambole di Alice I





E' buio e c'è silenzio. La stanza è vuota, Alice non c'è, grazie a Dio. Ci fa venire i brividi il pensiero di lei.  Sono Morgan, la sua bambola più insignificante, o forse quella che la spaventa di più, perché mi ha sempre guardata ma non mi ha mai toccata, e so che non oserà farlo. La guardo dritta negli occhi. Mi hanno costruita col violino e l'archetto di crine di cavallo. Il legno che hanno adoperato per riprodurre lo strumento vale più della mia porcellana. Dorian è invece una ballerina che gira e gira nel suo carillon, leggiadra danzatrice vestita di bianco nel suo eterno tintinnio. Ad Alice fa paura la musica di quel carillon, c'è qualcosa che la spaventa. Io e Dorian, quando siamo sole, produciamo musica insieme. E' come una giostra, un'isola a forma di cerchio, una girandola senza un capo e una coda. Gira e gira. Gira e gira la musica. Gira e gira Dorian riflessa negli specchi attorno a lei, imprigionata al suolo. La musica della morte del cigno. I quadri nella stanza. Gira e gira la stanza. Un destino già segnato. Io lo so perché Alice ha paura. Perché il carillon di Dorian non viene mai messo in carica. Non è mai stato caricato. Eppure la musica sgorga, potrebbe andare avanti per ore contro la sua volontà, e lei ne è terrorizzata.  Il suo terrore mi diverte.

(continua...)





Domenica, 25 agosto 2013

Appuntamento a Lodrino, in piazza Europa alle ore 21, con l'orchestra dell'accademia "Musical-mente" in:

"Et voilà le cinèma!"

Info


martedì 20 agosto 2013

L'ascensore

Mi hanno detto di prender l'ascensore e di salire al ventunesimo piano: il mio compito è di parlare con Dio. 

Ho obbedito all'ordine e ho preso l'ascensore, ma continuo a sbagliare piano, adesso sono finita su uno strano strato di cielo gelido e buio, immerso nella foschìa. La nebbia densa di tristezza come il piombo si alimenta del mio alito di vita, della mia essenza: presto diventerò parte di quel piano. Mi morde l'angoscia... è un lungo fischio soffocato. 
Sento il mio cuore gelare e qualcuno dentro di me mi dice di tornare giù. 

Salvati mi dice. 

In qualche modo riesco a trattenermi sulla porta dell'ascensore e a non varcare quel confine di morte. Qualcuno mi spinge indietro. 
La mia mano di plastica cadavere preme il pulsante per cambiare piano. Voglio tornare in fretta fra la vita umana, anche se la mia classe mi ha mandata a parlare con Dio. L'insegnante di disegno mi ha detto: 

Sali al trentunesimo piano e vai a parlare con Dio.

O era il ventunesimo?
Nebbia. 
Non posso raggiungere Dio perchè l'ascensore va su e giù ma non riesco mai ad arrivare al ventunesimo piano. Ma ora ho il dubbio che sia il trentatreesimo. E ora non so più nulla. Non ricordo, voglio solo scendere e tornare fra la vita umana. 

Sbaglio sempre piano. Ho paura. L'ascensore torna giù e i miei compagni di classe stanno disegnando. Come se nulla fosse. Stanno progettando una collezione di moda per i manichini e i burattini. 

Sei riuscita a parlare con Dio? Mi chiede la professoressa. 
Non rispondo, e poi mi sveglio. 

Il mio psichiatra mi chiede: E cosa avresti detto a Dio se l'avessi incontrato

Interdetta non ho saputo rispondere. Proprio non lo so.

venerdì 16 agosto 2013

Chiacchiere estive

Una mia amica dice che la fine del 15 agosto è per lei, ogni anno, la fine di qualcosa. Quel qualcosa che forse la fa sentire un po' malinconica e, la canzone che meglio può esprimere il suo concetto di "fine", è quella canzone di anni fa che diceva: "L'estate sta finendo, e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va"...

Non ho mai considerato il 15 agosto sotto questo punto di vista, ma da ragazzina, la fine dell'estate coincideva anche per me ciclicamente con il lasciarsi la spensieratezza alle spalle per un forzato viaggio verso il diventare più grandi, più responsabili, cosa che mi addolorava assai.

Oggi è il sedici agosto e manca più di un mese perché l'estate finisca sul calendario, ma sarà per il clima che si è rinfrescato, sarà perché tanti viaggi sono già stati fatti e ora sono tornata. Che tanti impegni mi si sono accumulati e sono qui al pc per portare avanti un po' di lavoro... mi andava di parlarne un po'.

La cosa bella del mio lavoro, ne ho parlato anche in qualche post fa, è che la fine delle vacanze e del tempo solare si sovrappone con l'inizio di tante novità artistiche e culturali, di movimenti e assestamenti di orari. Ogni anno a settembre cambia sempre qualcosa rispetto all'anno precedente e di solito sempre in meglio, così io non mi sento per nulla triste per il cambiamento, cosa che succede a molti lavoratori quando rientrano dalle ferie. 

Sono fortunata a fare un lavoro che cambia continuamente. Che non mi annoia e che mi permette di vestirmi come voglio. Ci sono tanti problemi anche in quello che faccio, che non sto qui ad elencare, ma quando mi guardo in giro e sento il peso delle persone che al mattino si svegliano per andare a lavorare, che piangono quando devono tornare alla fine delle vacanze, mi sento una privilegiata.

Le persone ragionano per stipendi e per grado sociale, io non ragiono. Io mi sento leggera ed incolume da tutte queste concorrenze che fanno male quando si perde, e mi va bene così.  
Non vivo mai con la sensazione di aver perso, di essere da meno a qualcuno. Osservo la gente e mi sento distante dai giudizi, dalle dicerie, dalle imposizioni, dalle paure, dai vincoli, dagli obblighi.
Soprattutto dagli obblighi.

Al mattino mi sveglio senza sveglie, sono in salute, penso a cosa devo fare, dove devo andare, penso al look del giorno, abbino i vestiti e le scarpe, mi rigiro allo specchio e mi sento bella così.

La salute e la bellezza renderebbero felici chiunque. Non so come si possa essere malinconici per un giorno sul calendario, per il cielo che varia nella sua tavolozza di colori attraversando tutte le stagioni dell'anno.

I miei appena arrivati in Italia scoppiarono di felicità per la prima neve: vestirono con cappotti, cuffie, sciarpe e guanti colorati noi bambini e ci mandarono all'aperto, sul bianco e con i fiocchi che scendevano grossi e compatti per scattarci un sacco di fotografie. Non avevano mai toccato nè visto dal vivo la neve in vita loro.

Ci sono paesi dove il cielo non muta mai o quasi mai. Invece sono belli tutti questi quadri alla finestra.

Siete ancora tristi per la fine dell'estate? A parte che c'è ancora tempo, ma vi racconto un paio di segreti.

L'estate, come ogni anno, volgerà al termine e arriverà il freddo. Ci si preoccupa delle provviste, ma lo sapete dove andranno le cicale oziose e le spensierate libellule? Vi raccontarono che la cicala morì congelata nella neve quando la formica gli sbattè la porta in faccia, e che la libellula smise di battere inesorabilmente le ali. Ma le cose non andarono così.

Io so che d'inverno la cicala ballò, cantò ed allietò la calda ma quieta casa della formica che finalmente imparò a cantare l'amore, e che per ricambiarla la ospitò in casa sua, e che la libellula chiuse le sue trasparenti ali in lungo sonno di sogni magici cullata dolcemente dall'amante, per poi librarsi di nuovo in volo con la bella stagione. 

Le cose andarono così, per me.
Perché ognuno può scrivere e riscrivere il suo finale.

Le fiabe finiscono bene.
L'estate non finisce mai.

mercoledì 14 agosto 2013

Prévert


Nota:  I racconti qui pubblicati sono inediti  ed interamente ideati e scritti da Thasala Phan, a cui appartengono tutti i diritti (vedi nota in fondo alla pagina). Alcuni luoghi citati, i personaggi e le trame sono frutto di sola fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


*** 


Ogni notte, al termine dello spettacolo, se ne va quasi senza salutare nessuno. Qualche volta si ferma per sorseggiare un bicchiere di vino prima di andarsene. Non dice mai una parola, è raro sentirlo parlare o sorridere. Si limita ad arrivare ogni sera né in ritardo né in anticipo, si siede al pianoforte e fa quello che deve fare. In pochi si ricordano il suo nome.

La clientela del locale è varia: vi sono personaggi fissi, affezionati avventori, quelli di passaggio che non tornano più. Quelli di fretta, troppo preoccupati per accorgersi di ciò che succede attorno a loro, o quelli che vengono per rilassarsi ed ascoltare la musica e osservano tutto. Alcuni vengono da soli, altri in coppia, ma capitano anche le combriccole rumorose. Sono voci di tante anime e vite che si incrociano e chissà se per le strade mai si incontreranno di nuovo.

Dal suo pianoforte, come un'ombra, suona e osserva le storie, sente le parole, ascolta le emozioni. La musica si diffonde nel locale mischiandosi col chiacchiericcio, il fumo, i vetri appannati e le luci soffuse, fra un boccale di birra e una coppa di champagne. E’ una colonna sonora suonata nell’oscurità, una dedica senza firma.

Ogni sera verso le undici la sala è gremita.

In una notte come tante, una giovane coppia seduta ad un tavolo sta discutendo. Lei piange, lui si giustifica, non capisce che lei non vuole una spiegazione, vuole solo sentirsi amata.
Al bancone due amiche ridono alzando i calici festeggiando il fidanzamento della più giovane. Parlano di abiti da sposa, si confidano, progettano e ridono. La felicità risplende negli occhi della futura sposa.
In fondo alla sala un uomo solitario chiede un bicchiere di brandy dopo l’altro. Se ne sta nascosto nella zona buia, non ha neppure tolto il paletot, il cappello è appoggiato sul tavolo e la testa arruffata fra le mani.

Due occhi penetranti lo stanno osservando: il pianista conosce quello che sta provando quell’uomo. Le sue dita scorrono sulla tastiera e gli dedicano melodie di struggenti poesie francesi:


“Oh! Vorrei tanto che tu ricordassi
i giorni felici quando eravamo amici.
La vita era più bella.
Il sole più bruciante.
Ti amavo tanto, eri così bella.
 Come potrei dimenticarti.

Ma non ho ormai che rimpianti.

Le foglie morte cadono a mucchi…
come i ricordi e i rimpianti
 e il vento del nord le porta via
 nella fredda notte dell'oblio...”


L’uomo non sa che qualcuno gli sta parlando, e prosegue ad ingurgitare un bicchiere dopo l’altro mandando giù l’amaro e tenendosi la testa fra le mai.
Ad un altro tavolo due ragazzi sono attratti dalle amiche sedute al bancone con gli occhi ridenti, vorrebbero conoscerle, ma sono giovani ed inesperti e non sanno come fare, non hanno il coraggio di farsi avanti e osservano timidamente rimanendo al loro posto.
Una languida platinata con le unghie rosse e le lunghe ciglia finte, in passato una famosa modella,  getta nuvole di fumo verso l’alto sorridendo e cercando di attirare l’attenzione del suo stanco accompagnatore: un facoltoso uomo di affari e di successo, oramai indifferente alle avances della ammaliante dama di compagnia.


“La vita separa chi si ama
 piano piano
 senza far rumore
 e il mare cancella sulla sabbia
 i passi degli amanti divisi.
 Le foglie morte cadono a mucchi
 come i ricordi e i rimpianti.”


La ragazza che serve ai tavoli corre avanti e indietro tutte le sere: è una graziosa e gaia studentessa ventenne che alla fine di ogni giornata di lavoro conta e racimola il denaro per pagarsi gli studi e dare da mangiare ai suoi fratellini.

La pioggia batte contro i vetri, la gente va e viene. La luce rassicurante delle candele sfuma le linee dei volti e le voci si perdono nel tempo, nella profonda e nebbiosa notte autunnale.

Il ricco uomo d’affari si sta alzando e la bella dama lo segue; i suoi occhi sono assenti e sofferenti: quegli occhi che un tempo erano stati così gai e felici, come quelli della fanciulla bionda seduta al bancone che, senza ancora illusioni, progetta e sogna il giorno delle sue nozze. E ricorda quando anche lei un giorno si sentiva amata e piena di speranze. Questa notte si addormenterà da sola nel grande letto del suo vuoto e freddo palazzo di lusso, mentre lui non sarà con lei.

Non alza lo sguardo dalla tastiera, non interrompe la sua musica, eppure nell’ombra abbozza uno strano, sarcastico sorriso mentre dedica alla bella dama dal cuore spezzato:


“Tu mi amavi
io ti amavo.
E vivevamo noi due insieme
tu che mi amavi
io che ti amavo.

Oh! Vorrei tanto che tu ricordassi
 i giorni felici quando eravamo amici.
 La vita era più bella.
 Il sole più bruciante.

Ma la vita separa chi si ama
piano piano
senza far rumore
e il mare cancella sulla sabbia
 i passi degli amanti divisi.”


E’ notte fonda. Sale la temperatura nella stanza, sale il rumore. La nebbia delle sigarette offusca le menti indebolite ed eccitate dall’alcol, dalla stanchezza e dal sonno.

I due giovani che erano seduti al tavolo stanno parlando con le amiche al bancone. Hanno raccolto il coraggio e si sono presentati. Ma uno è rimasto deluso perché la ragazza dei suoi sogni è promessa sposa, mentre il suo amico, dimentico del mondo attorno a sé, conversa rapito dalla ragazza libera.
La giovane coppia non litiga più, ora i loro toni di voce sono cambiati, lui la abbraccia e lei gli sorride, senza più lacrime. Hanno fatto la pace e se ne vanno via insieme: è tardi.

Forse è vero che se un cuore muore, a volte può perdonare, capire, ricostruire e rinascere.
Perché ad ogni storia che finisce ne nasce sempre una nuova.


“… non ho dimenticato
 la canzone che mi cantavi.
 È una canzone che ci somiglia.

Il mio amore silenzioso e fedele
sorride ancora e ringrazia la vita.”


Le fredde strade sono oramai deserte e la gente è tutta rintanata nelle proprie case, addormentata nei caldi giacigli. Il vento soffia forte spazzando via gli ultimi ricordi nella notte.
Se ne sono andati tutti a quest’ora: nella sala sono rimasti solo la cameriera che porta via i bicchieri vuoti e l’uomo con il volto e la testa fra le mani. Stanno chiudendo, la ragazza lo informa che è tardi. Lui si sorprende ad alzare lo sguardo, si guarda attorno attonito. Non scorge nulla. Mormora parole di scuse e con fatica si alza, barcolla, cerca la porta.

Le lampade e le candele ad una ad una si esauriscono e l’insegna luminosa è stata spenta.
Anche l’ultimo cliente se n’è andato. Stancamente, dal pianoforte si alza e si dirige verso il bancone. Ordina qualcosa di forte. Beve. E’ stata solo una lunga serata come tante, ma ora è il momento di dimenticare. Butta giù l’ultimo sorso, apre la porta e la rinchiude dietro di sé. La città l’avvolge nell’oscurità.


Silenzio.


Ora è rimasta solo la graziosa studentessa che ogni sera serve e corre fra i tavoli, senza pause e senza un momento per sé. Sfiora i tasti del pianoforte ripensando al misterioso ragazzo e alla sua musica che tanto l’emoziona. Lei a cui nessuno ancora ha mai dedicato qualcosa, che si accontenta di rubare sprazzi di poesie dalle melodie suonate per i clienti, perché conosce e sa cosa significano quelle parole non dette. Fedele e piccola, invisibile ascoltatrice. 


"La canzone che cantavi
sempre, sempre la sentirò.
È una canzone che ci somiglia"



Lei e il pianista non si sono mai parlati.


“Non  ho dimenticato
 la canzone che mi cantavi.

Come potrei dimenticarti…”


Spegne la luce e abbandona la stanza. Cala finalmente il sipario sul palcoscenico vuoto e spento. Ma qualcosa di vago riecheggia ancora nell’aria.

Quella dedica che ogni sera tanto aspetta. Forse lui questa sera ha suonato anche per lei, forse è solo la paura che impedisce a due anime di guardarsi negli occhi e di cogliere il fiore offerto in dono. 

E intanto la musica, ancora sospira:



“Le foglie morte cadono a mucchi
come i ricordi e i rimpianti
e il vento del nord le porta via
nella fredda notte dell'oblio…”