domenica 27 ottobre 2013

Dieci minuti e non di più... (riflessioni di una maestra)

Mi ricordo alle medie, una volta che dovevo studiare un capitolo di storia e non c'era stato verso, quel pomeriggio, di farmi entrare in testa nulla. Il giorno dopo avrei avuto l'interrogazione ed ero in alto mare. Praticamente non sapevo niente, non avrei saputo rispondere a niente.
Mi arresi alla mia "stupidità" e, anziché applicarmi di più, scelsi di spassarmela in giro per le piazze del centro, con la mia compagna di classe, e mi divertii un sacco.
 
Arrivai a casa alle sette di sera con interi capitoli di cui non sapevo niente. Non ricordo perché ma quel giorno cenammo un po' più tardi del solito e nell'attesa presi in mano, molto svogliatamente, il solito odiato libro di storia, ma più che altro per far passare il tempo mentre il mio stomaco brontolava. Successe una cosa strana che non ho più dimenticato.
 
Leggevo interi capitoli come se fossero state trame di un film fluido e scorrevole, veloce, ricordavo tutto e raccontavo i fatti con le mie parole. Assimilavo con una velocità sorprendente e quando finii di leggere silenziosamente tutte quelle pagine avevo la certezza di avere tutto in testa. Il giorno dopo l'insegnante mi lodò e mi disse che avevo evidentemente studiato molto, invece avevo solamente letto un'oretta.
 
Capii, dopo quell'esperienza, che non sono le ore di studio a fare la differenza ma la qualità del tempo che vi si dedica. E' inutile obbligare la mente a rimanere concentrata e ad aprire con la forza la testa per ficcare dentro delle nozioni quando non si è predisposti a farlo. Capii anche che a volte, per risolvere i problemi bisogna lasciarli semplicemente da parte e riprenderli in un altro momento.
 
Spesso a scuola si dice che bisogna studiare ma non si insegna come organizzarsi con i tempi e come bisogna farlo. Una mia amica dice che il liceo classico è la scuola più difficile in assoluto perché lei studiava da appena dopo pranzo fino a prima di andare a dormire, ma io sono invece convinta che fosse lei il problema e non il liceo, perché tanti miei amici facevano la stessa scuola e pure il conservatorio, e prendevano voti alti dappertutto, e non è che mi sembrassero dei grandi geni.
Però se io la contraddico e le dico che non serviva studiare tutto il giorno, lei mi risponde che il liceo classico che hanno frequentato i miei amici è più facile del suo, e che pure il conservatorio è facile, anche se non ha mai preso in mano uno strumento e non riconosce le note.
 
Quando si studia una materia che ci piace è molto più facile e proficuo. Io ho sempre odiato la storia, la trovo noiosa e non ricordo niente, ma un anno ho avuto alle superiori un'insegnante che me la faceva entrare in testa, durante le lezioni, con estrema semplicità. La raccontava come se stesse parlando di una sua vacanza divertente, noi l'ascoltavamo senza disturbare, le ore scorrevano velocemente e spesso a casa non c'era bisogno di rileggere nulla perché mi ricordavo tutto fino alla successiva lezione. Prendevo persino dei bei voti e arrivai a dire una volta che era una bella materia.
 
Finito quell'anno, cambiarono insegnante e storia tornò ad essere noiosa come lo era sempre stata.
 
Da studente, non sono mai riuscita ad applicarmi in qualcosa per responsabilità, per dovere, per ottenere dei risultati. Ci sono studenti che si impegnano a prescindere, io avevo bisogno di trovare qualcosa di interessante, di stimolante, e sono sempre riuscita a non farmi mai rimandare, ma solo perché il pensiero di passare le vacanze a recuperare anziché magari dormire fino a tardi o andare in giro a divertirsi era spaventoso, angosciante, e gli ultimi mesi mi impegnavo per tirar su tutte le materie.
 
Da insegnante, cerco sempre di coinvolgere gli allievi facendoli divertire e stimolare il loro naturale interesse, dove possibile. Perché se solfeggio è noioso, è noioso e non c'è nulla da fare. Però se si mette subito in pratica la lettura e si suona insieme è più divertente e si capiscono lo stesso le cose.
 
Sono sempre stata più portata per le cose pratiche che teoriche. Dieci minuti di teoria erano il record per la mia soglia di attenzione. Io capivo la teoria solo attraverso la pratica.
Per questo mi stupisco sempre quando mi ritrovo un bambino che mi fissa con attenzione dopo che ho parlato per dieci minuti, quando io stessa comincio ad annoiarmi di quello che sto dicendo e a perdermi, e allora gli chiedo sempre se ha bisogno di qualcosa, se deve andare in bagno, se sta bene, ma poi lui mi dice di no, e mi fa pure delle domande su cose che non ha capito e io mi rendo conto, sconvolta, che mi ha ascoltato per davvero. Ma non sono normali dei bambini così, secondo me sono degli alieni.
Poi mi ritrovo pure quelli che non hanno voglia di fare niente, e allora mi improvviso in sermoni e discorsi sui doveri e sulle responsabilità, perché mi ricordo che mi pagano per farlo, ma dopo cinque minuti mi ritrovo a pensare: "Ma che stai dicendo?" mi ricordo di me e mi trattengo dal ridere.
 
A ben vedere però, se uno non frequenta l'università di scienze dell'educazione, neppure agli insegnanti viene insegnato ad insegnare... e scusate il gioco di parole...
Come si fa ad insegnare?
 
 
La prima cosa che mi viene da fare è di ripercorrere il proprio percorso di apprendimento, e nel mio caso è stato un percorso travagliato, nella lotta fra la pigrizia e le aspettative del mondo. Non è che poi mi importasse tanto di queste aspettative, l'unica cosa che mi ha salvato dalla totale ignoranza è stata la mia curiosità e la passione per la lettura. Ma i libri sulla didattica sono troppo noiosi da leggere, e riesco a stare attenta per dieci minuti, non di più.
 
Mia madre, che insegnava lettere, lei sì che era portata per i sermoni e i lunghi e pallosi discorsi sulla responsabilità, sul futuro, sull'impegno ecc... li faceva pure gratuitamente da mamma con i figli, e quando dieci anni fa cominciai ad insegnare, mi raccomandò che il mio compito, oltre che trasmettere le mie conoscenze, era di dare il buon esempio ai bambini ed insegnare loro a vivere, a portare rispetto, al senso civico ecc... non ricordo tutto quello che disse perché dopo sette minuti già non ascoltavo più.
 
Io non credo di aver voglia di insegnare a vivere, non so se sia il mio compito, che competenze ho a riguardo e che esempio posso dare. Non sono neppure convinta di essere così brava ad insegnare la musica... se non fossi lì per quel ruolo, se non fosse il mio lavoro, direi a tutti di andare a divertirsi e di fare quello che vogliono. Ma una cosa almeno la so, dopo dieci anni, l'ho visto: io ai bambini insegno a ridere.
 
 

Disegnini

A volte manco dal mio blog per dei periodi, dei giorni, non perché non so cosa scrivere, al contrario perché ho troppe cose da dire, pensieri incasinati nella testa o perché sto vivendo molto nella vita reale. Venerdì sera, cioè ieri, avrei voluto scrivere qualcosa, ma sono crollata nel letto alle dieci di sera - cosa inusuale per me - distrutta. Anche stasera stavo già per addormentarmi verso le otto, quando mi sono sdraiata un poco, ma poi mi sono imposta di alzarmi se non altro per studiare un po' il piano. Che vita grama ragazzi! Eppure c'è gente che fa più cose di me, non ho la presunzione di dire che faccio mille cose, forse sono io che ho poca resistenza fisica, mi stanco subito.

Comunque ieri sera non volevo parlare di questo. Stavo pensando piuttosto ai contenuti del mio blog.
Quando acquistai il mio dominio, a giugno, pensavo di creare una paginetta informativa per quelli che, curiosi, cercano informazioni in rete su di me, e di solito a loro interessa sapere la mia formazione musicale, ascoltarmi in qualche video, vedermi in qualche foto ed eventualmente come poter contattarmi. Poi MySpace chiuse il mio blog personale, il blog "Sovrappensieri" di soli racconti inediti rimase orfano del mio socio, e così per semplificarmi la vita nella gestione dei siti, decisi di racchiudere in un unico blog i racconti inediti, i post personali e quelli degli eventi e dei concerti.

Ero un po' dubbiosa a riguardo, perché temevo che la gente si perdesse in troppe cose e la mia figura risultasse poco chiara, in una sorta di calderone in cui tutto viene buttato dentro e non si capisce quello che faccio nella vita.

E se vi dicessi che in giro ci sono dei siti di hostess e modelle con delle mie foto? Che c'è un sito di solo arte visiva con dei miei disegni? Quanti spaccati di me vero? Sapete una cosa: faccio fatica a seguire tutto e dividere tutte le mie identità, e seguendo solo un sito non promuovo gli altri aspetti di me, che magari invece mi piacerebbe coltivare e far conoscere e, perché no, magari lavorarci.

Per esempio, mi manca di non inserire qui dentro anche le mie aspirazioni artistiche. Io volevo fare (anche) la stilista di moda, e quando da piccola guardavo i cartoni animati sognavo di diventare una disegnatrice manga.




Non ho mai scritto che alle medie riempivo i banchi e i quaderni di disegni. Se non mi fossi data alla musica mi sarei iscritta a scenografia, a Milano, e probabilmente avrei spinto per lavorare in teatro e al cinema, e magari in un blog avrei scritto che sono una scenografa con il pallino per la musica e che mi piace lavorare con gli attori e con i musicisti.

E' andata così nella mia vita e sono contenta.

Ma poiché già questo blog non ha mai parlato solo di musica, mettiamoci dentro pure un po' di colore...

Ecco qua, oggi voglio ricordare la mia prima mini-collezione in collaborazione con la mia sorella maggiore, sarta di alta moda, nel lontano 2003. Questi vestiti sono ispirati all'Asia, in particolare alla zona sud-est, venne progettata da me e da lei realizzata, e presentata al Kokeb in piazza Loggia. Quella sera sfilarono varie modelle di Brescia, fra cui la mia sorella minore; ci fu un'esposizione di fotografie di mio padre, sempre con la tematica dell'oriente ed io intrattenni il pubblico suonando il sax.


 
 
 


Alla prossima chiacchierata di manga e moda!

lunedì 21 ottobre 2013

Le idee

Ci sono persone che raccontano e creano usando solo la fantasia. Emily Dickinson era una sostenitrice della fantasia e scrisse più di mille poesie rimanendo confinata nella sua stanza, non uscì neanche quando morirono i suoi genitori.
Io per creare ho sempre bisogno di guardarmi attorno e fare esperienze di vita per avere del materiale da raccontare. Per esempio, quando andavo a scuola e dovevo disegnare delle collezioni di moda, mi facevo sempre un giro nelle librerie e nelle biblioteche per rovistare libri ed immagini sulla storia dell'arte, della moda e del costume dei vari paesi e delle differenti epoche, sugli stili architettonici e fare schizzi su di un blocco per avere qualche fonte di ispirazione. Sfogliavo riviste, giravo per le vetrine e osservavo la gente in strada e come si vestivano.
So che anche per la musica è così: in pochi creano veramente dal nulla, piuttosto chi compone ha principalmente molta cultura musicale d'ascolto, conosce tanti stili, tanti generi e questo materiale entra a far parte del proprio bagaglio di concezione musicale, esprimendosi poi in qualcosa di nuovo.
A me piace scrivere più di ogni altra cosa, quasi più del suonare e più del disegnare. E mi sento un po' turbata quando per dei giorni non ho argomenti di cui parlare. Col tempo ho capito che l'ispirazione mi viene quando parlo e mi confronto con gli altri, quando ascolto le loro storie e quando io per prima vivo situazioni nuove. Rinchiusa in una stanza, mi sento come un fiore che non riesce a sbocciare per mancanza di nutrimento. Eppure io ho bisogno anche della solitudine per rielaborare.
Sono come il ciclo lunare, alterno momenti in cui cerco la solitudine e l'introspezione a quelli in cui ho bisogno di guardare sul mondo ed entrare in contatto con la gente.
Questo week end sono stata poco a casa e non mi capitava più così spesso di uscire per tre, quattro sere di fila come facevo a vent'anni. Ma ogni volta che esco e parlo me ne torno con un sacco di idee nuove, che non avrei se passassi tutta la sera a riflettere. Credo che l'ossigeno e lo scambio di idee faccia un gran bene al mio cervello.
A volte basta una domanda, un ricordo. Per esempio, sabato scorso parlavamo del più e del meno e ad un certo punto c'è stata una domanda: quale potere sovrannaturale mi sarebbe piaciuto avere, come la telepatia, il sapere volare ecc...
Io ho sempre sognato di poter diventare invisibile a mio piacimento. Questo mi ha stuzzicato la fantasia e mi sono ripromessa di scrivere qualcosa su di me o su una storia inventata con qualcuno di invisibile.
Un'altra volta parlavamo di miti, come attori, cantanti, e io mi ricordo di aver sempre considerato i personaggi famosi come persone fortunate e con forza di volontà, in qualche caso anche con del talento, ma non ho mai messo nessuno su di un piedistallo, non ho mai avuto poster appesi in camera e non ho mai adorato nessuno, tranne forse Kim Rossi Stuart, ma più che altro perché in seconda media lo trovavo un figo da far paura.
La sera in cui parlavamo di questo, ripensavo ad aneddoti interessanti su Mozart, Brahms, Chopin e quando li ho rivelati si sono tutti resi conto come anche i geni nella vita normale e sentimentale sono degli umani vicini a noi, si sono divertiti e ho pensato di scrivere anche di questo.
Più spesso però le idee mi vengono quando vivo delle situazioni che mi divertono. Come stasera: siamo partite da casa con l'intenzione di fare una serata vegana, abbiamo pure cercato in rete, abbiamo girato per il centro e in macchina, e invece ci siamo trovate davanti ad una normalissima pizza con mele e gorgonzola perché tre locali vegani erano chiusi. E pensare che progettavamo pure di ascoltare un po' di musica dal vivo o di vedere qualche rappresentazione teatrale. Io mi diverto un sacco in queste situazioni anche se alcuni potrebbero perdere la pazienza. Perché ho scoperto che una via che credevo lunga due metri, ha invece il numero civico che arriva oltre al cento, ho visto angolini e scorciatoie che non conoscevo e visto gente bizzarra, negozietti bizzarri, angolini bizzarri.
Quando dovrò descrivere cose bizzarre ripenserò a stasera.
Partire per l'avventura e perdermi per strada in compagnia di qualcuno, mi ha sempre affascinato. Non perdo occasione di guardarmi attorno cose che non conosco.
Di questo blog, spesso mi sono sentita chiedere dove fosse la finzione e dove la realtà. La cosa strana è che le cose inventate vengono prese per vere, le storie realmente accadute sono scambiate invece per fantasia. Capita che io parli semplicemente di me in prima persona. Ma a volte parlo di me in terza persona usando in prestito dei personaggi. A volte parlo di altri come se fossi io, altre in cui invento tutto oppure mescolo cose vere e cose di fantasia. Oppure, parto con l'idea di scrivere di un argomento e poi cambio rotta e parlo di altro.
Ma io non mento mai.
Magari nella realtà ho camminato lungo un sentiero con ai lati un laghetto sporco, dei grandi alberi con poche foglie, alcuni cespugli marroni e ho beccato tre semafori rossi e tre verdi.
Ma potrei decidere di descrivere una passeggiata in mezzo a fronde autunnali di alberi che si denudano al cambio di stagione e di laghi che si prestano al clima invernale, con tre semafori verdi. Oppure la passeggiata è in mezzo ad un viale con un lago inquinato, vegetazione morta e tre semafori rossi. Sono ambedue descrizioni reali, mancano solo di qualcosa. Sono io che decido di raccontare quanto voglio.
Questo blog è un puzzle, come scrivevo da qualche parte. E ogni post è un pezzo del quadro.
E' uno specchio che riflette un altro specchio.
Ma sarà sempre un quadro irrisolto, perché l'ultimo pezzo, il più importante di tutti, sono io da questo lato dello schermo che sto scrivendo.
Mi è sempre piaciuto giocare con le idee.


venerdì 18 ottobre 2013

Strane foto

L'anno scorso il mio hard disk esterno andò in tilt e morì. Detto in termini informatici: bruciò. Oltre duecento giga di dati andarono persi fra cui, i più importanti per me, video, registrazioni e fotografie di anni e di ricordi.
Passai, credo, quarantotto ore quasi senza dormire dalla disperazione, ero triste quanto a giugno quando mi cancellarono il mio blog e persi tutti i miei post, e in tutte quelle ore passate al pc riuscii a recuperare circa il 90% dei dati. La maggior parte delle fotografie risultarono integre, tante le persi e una gran parte risultarono così come le vedete qui sotto. Queste sono solo alcune di quelle sopravvissute.
Questa sera le stavo riguardando, e a dire il vero, non mi dispiacciono.











giovedì 17 ottobre 2013

Mezzanotte

00:00


Troppo tardi, Cenerentola rischiava di non tornare più a casa senza una scarpetta, senza carrozza, cavalli e carrozzieri.
Scocca l'ora ed avvengono tutte le trasformazioni.
Quando arriva è già un nuovo giorno, cambia l'anno, come a Capodanno, dove tutti fanno il conto alla rovescia. Io posso dire: ho vissuto il nuovo millennio!
Sono quattro cifre, quattro zeri. Il nulla.
Mi piacerebbe vivere con più ordine, ci vuole coraggio per mettersi a letto, poi però quando lo abbraccio non voglio più svegliarmi.
Questa notte sai che faccio però. Spengo la luce, punto la sveglia ad un orario comune agli altri e vado a dormire.
12:12 AM
Buonanotte mondo.



martedì 15 ottobre 2013

Carillon

Nessuna danza tribale può durare per sempre. Anche i tamburi si acquietano e le donne con i bambini del villaggio vanno a dormire. Provaci. Ora stendi il capo e abbi fiducia, credi in te, ascolta le tue paure, scrivile, leggile, vivile, è tutto un tumulto. Ma nessuna tempesta dura per sempre.
 
Hai ascoltato?
Ti ho chiesto se hai ascoltato, non  se hai sentito.
Provaci.
 
Senti la quiete del momento. Senti la semplicità delle cose, senti loro che gioiscono quando ti vedono, senti come si disperano quando vai via. Guarda gli occhi rasserenati per quello che hai fatto. Ricordati le risate per quello che hai detto, ripensa alle spalle che si raddrizzavano e a quel lungo, distratto sospiro di sollievo. Qualcuno lo fa.
 
Non ti importa niente di questo ora. Non ti importa di nessuno quando non ci sei più tu. Ma ora se provi ad addormentarti le cose scivolano via, a volte le risposte non arrivano subito. Coccola ancora la bimba e prenditi cura di lei.
 
Ora. Chiudi gli occhi. Provaci.
 
E respira, ascolta i battiti. Respira, piano piano, si calmano.
Respira, metti una bella musica, quella che ti piace tanto.
 
E respira... ascolta... respira... ascolta... respira...

Ma!.. Cos'è quello? Una mezza luna all'insù? Un sofficino divertito? O un'unghietta piccola piccola, un dondolo? Una virgola orizzontale?

lunedì 14 ottobre 2013

Luna di ghiaccio

Nota:  I racconti qui pubblicati sono inediti  ed interamente ideati e scritti da Thasala Phan, a cui appartengono tutti i diritti (vedi nota in fondo alla pagina). Alcuni luoghi citati, i personaggi e le trame sono frutto di sola fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


*** 


Questo è il paese del ghiaccio, dell'illusione. Della notte buia di puntini luminosi artificiali e di volti sorridenti che invitano dai maxi schermi. Nessuno ha mai visto un soffione, solo fiocchi di neve. Qui non batte il sole, le strade sono illuminate solo dai lampioni e dalle insegne sgargianti e colorate che da sopra le molte vetrine e i palazzi dominano la città, ma appena fuori dal centro la magia della pubblicità, dei sogni e della musica lascia posto a case addossate, palazzi e pochi giardini pubblici di sassi e panchine grigie.
Mistral vive alla periferia, una zona senza gloria e senza sfarzo, di condomini e strade desolate. Ogni mattina esce di casa per andare a scuola, indossa stivaletti e un piccolo, pesante cappotto color chiaro su gonne corte e calze di lana colorate. Ha lunghi capelli lisci e biondi e grandi occhi chiari. L'aria è nuda e gelida, la cartella con pochi libri mai aperti e la strada è la stessa di ogni giorno.
E' una ragazza come tante, ma quando suona la campanella della ricreazione si siede per conto suo sui gradini della scuola, appoggia il mento sulle mani e si mette ad osservare gli altri, vagando lontano con lo sguardo.
A volte scribacchia qualcosa su di un taccuino, mordicchia la penna, pensa e riflette e poi riprende la sua attività.
7 Novembre.
Oggi mi sono svegliata e c'era ancora buio, come ieri, come l'altro ieri. Così non sono sicura di essermi davvero svegliata. Sono qui sui gradini della scuola e aspetto La stella. Ma sono ancora le stesse stelle blu lontane e non trovo lei. Nessuno sembra accorgersi che manca una stella nel cielo. Si appartano a coppie, si baciano e si accarezzano, io sono sola mentre scrivo la data di oggi. E' tutto così strano, mi gira la testa. Sento il vento... qui non è normale. Non sono sicura che questa sia la realtà, forse sto ancora dormendo. Sono ancora intrappolata.
Mistral
°§°
Sophie Flare dagli occhi neri passa le giornate sulla riva del Fiume Rosso ad osservare pescatori o sdraiata, con le braccia incrociate sotto la testa a dormicchiare, mentre il sole cocente batte forte sulle ciglia scure. Quando si stufa strimpella qualche corda del liuto, fischietta e butta sassi nel fiume.
- Dovresti andare a scuola, ragazzina - le dicono gli adulti pescatori ogni volta che la vedono. Perché sebbene preferisca oziare e sognare ad occhi aperti, il suo posto non dovrebbe essere al fiume ma sui banchi, ad imparare qualcosa. Sophie Flare dai capelli corvini non ci va a scuola perché deve controllare il fiume, e ha già imparato a leggere, giusto quello che si era prefissata per capire il contenuto dei libri. Cammina a piedi nudi e indossa gonne lunghe da gitana.
Bisogna spegnere il giorno. Canticchia accompagnata dal liuto, anziché rispondere ai saggi consigli.
Il fiume si ritira, il fiume già assetato ma nessuno se ne accorge, ci sarà solo terra, e poi solo sabbia e sabbia qui. Nessuno sogna perché nessuno dorme. Vaghiamo per secoli attraverso le sabbie senza mai riposo, senza coricare mai il capo sul petto di un amante.
I pescatori, si guardano, alzano le spalle e proseguono a pescare, ignorando la strana ragazzina e le sue frasi incomprensibili.
Sophie Flare si guarda nel fiume che non rispecchia la sua immagine: c'è una ragazza bionda che la guarda dalle acque, una ragazza con grandi occhi azzurri.
Questo è il paese dell'inganno. Dove tutto è sempre visibile e palese e non permette vie di mezzo. Qui la notte non arriva mai, i bucaneve non nascono.
26 settembre
Credevo, sentivo il vento del nord provenire da ovest, al di là di questi confini come in un sonno. C'era un disco d'argento alto nel cielo che potevo guardare senza accecarmi. C'erano delle braccia attorno a me. E invece è ancora quest'ora che è la stessa ora di mezzogiorno di prima. Non può essere sempre una palla di fuoco, devo uscire di qui.
Sophie Flare

domenica 13 ottobre 2013

Silenzi

Tu, fino ad ora, per me non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E io non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.[...] Se tu mi addomestichi la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù in fondo quei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai i capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano...

(Il piccolo Principe, Antoine De Saint-Exupéry)
 
 
La volpe chiese al bimbo di addomesticarla, pur sapendo che un giorno questa amicizia le avrebbe fatto male, il giorno in cui il Piccolo Principe sarebbe dovuto andare via. Perché le persone nascono libere. E lei sarebbe rimasta sola, con questi ricordi, tutti questi ricordi nel cuore a ricordarle che qualcosa era cambiato, senza rivederlo mai più.
 
Le anime si incrociano nella vita, vanno via, si allontanano, a volte ritornano, a volte mai più. E di tutto rimangono ricordi e ferite che guariscono nel tempo e lasciano cicatrici. In Giappone, quando riparano un coccio rotto, ci mettono dell'oro in ogni fessura, come ad indicare il valore di ogni ferita cicatrizzata.
 
Ma vivere è anche questo. Che senso avrebbe vivere senza conoscere l'amicizia e l'amore. Senza addomesticare una piccola volpe, senza chiedere ad un Piccolo Principe di imparare ad amare il colore del grano, il rumore del vento nel grano. Senza avere il coraggio di uscire dalla tana.

 
 
Tutti, i giorni, finita la scuola, i bambini andavano a giocare nel giardino del gigante.
Era un giardino grande e bello coperto di tenera erbetta verde [...]
- Quanto siamo felici qui!- si dicevano.
Un giorno il gigante ritornò. Era stato a far visita al suo amico, il mago di Cornovaglia, e la sua visita era durata sette anni [...] Al suo arrivo vide i bambini che giocavano nel giardino. - Che fate voi qui? - esclamò con voce burbera, e i bambini scapparono.
- Il mio giardino è solo mio! - disse il gigante - lo sappiano tutti: nessuno, all'infuori di me, può giocare qui dentro. Costruì un alto muro tutto intorno e vi affisse un avviso:

GLI INTRUSI SARANNO PUNITI

Era un gigante molto egoista.
I poveri bambini non sapevano più dove giocare [...] - Com'eravamo felici! - dicevano tra di loro.
Poi venne la primavera, e dovunque, nella campagna, v'erano fiori e uccellini.
Soltanto nel giardino del gigante regnava ancora l'inverno [...] - Non riesco a capire perché la primavera tardi tanto a venire - disse il gigante egoista mentre, seduto presso la finestra, guardava il suo giardino gelato e bianco: - Mi auguro che il tempo cambi.
Ma la primavera non venne mai e nemmeno l'estate. L'autunno diede frutti d'oro a tutti i giardini, ma nemmeno uno a quello del gigante.
Era sempre inverno laggiù e il vento del Nord, la Grandine, il gelo e la Neve danzavano tra gli alberi.
Una mattina il gigante udì dal suo letto: una dolce musica, risuonava tanto dolce alle sue orecchie che pensò fossero di musicanti del re che passavano nelle vicinanze. Era solo un merlo che cantava fuori dalla sua finestra, ma da tanto tempo non udiva un uccellino cantare nel suo giardino, che gli parve la musica più bella del mondo [...] - Credo che finalmente la primavera sia venuta - disse il gigante; balzò dal letto e guardò fuori della finestra.
Che vide? Una visione meravigliosa. I fanciulli entrati attraverso un'apertura del muro e sedevano sui rami degli alberi.
Su ogni albero che il gigante poteva vedere c'era un bambino [...] Solo in un angolo regnava ancora l'inverno.
Era l'angolo più remoto del giardino, e vi stava un bambinetto. Era tanto piccolo che non riuscire a raggiungere il ramo dell'albero e vi girava intorno piangendo disperato.
Il povero albero era ancora coperto dal gelo e dalla neve e sopra di esso il vento del nord fischiava.
- Arrampicati piccolo- disse l'albero e piegò i suoi rami quanto più poté: ma il bimbetto era troppo piccino.
A quella vista il cuore del gigante si intenerì.
- Come sono stato egoista! - disse.- Ora so perché la primavera non voleva venire.
Metterò quel bambino in cima all'albero poi abbatterò il muro e il mio giardino sarà, per sempre, il campo di giochi dei bambini. -
Era veramente addolorato per quanto aveva fatto.
Scese adagio le scale e aprì la porta d'ingresso. Ma quando i bambini lo videro, si spaventarono tanto che scapparono, e nel giardino regnò di nuovo l'inverno. Soltanto il bambinetto non scappò; i suoi occhi erano così colmi di lacrime che non vide venire il gigante. E il Gigante giunse di soppiatto dietro a lui, lo prese delicatamente nella sua mano e lo mise sull'albero. E l'albero fiorì, gli uccellini vennero a cantare e il bambino allungò le braccine, si avvicinò al collo del gigante e lo baciò.
Non appena gli altri bambini videro che il gigante non era più cattivo, ritornarono di corsa e con essi venne la primavera. [...] Giocarono tutto il giorno e la sera i bambini salutarono il gigante.
- Dov'è il vostro piccolo amico? - disse: - Il bambino che io ho messo sull'albero? -
Il gigante l'amava più di tutti perché l'aveva baciato.
- Non lo sappiamo - risposero i bambini - se n'è andato.
- Dovete dirgli che domani deve assolutamente venire - disse il gigante.
Ma i bambini risposero che non sapevano dove abitasse e che prima non l'avevano mai veduto, e il gigante si sentì molto triste.
Ogni pomeriggio, finita la scuola, i bambini venivano a giocare con il gigante. Ma il bambinetto che il gigante prediligeva non si vide più [...] Una mattina d'inverno, mentre si vestiva,guardò fuori dalla finestra [...] Ad un tratto si fregò gli occhi sorpreso e si mise a guardare intensamente.
Era una cosa veramente meravigliosa. Nell'angolo più remoto del giardino v'era un albero interamente ricoperto di fiori bianchi. Dai rami d'oro pendevano frutti d'argento, e sotto di essi stava il bambinetto ch'egli aveva amato. Il gigante scese di corsa e, tutto acceso di gioia, uscì nel giardino. Si affrettò sull'erba e s'avvicinò al bambino.
Quando gli fu vicino si fece rosso di collera e disse:
- Chi ha osato ferirti? - perché il bambino aveva il segno di due chiodi sul palmo delle mani e sui piedi.
- Chi ha osato ferirti? - esclamò il gigante - dimmelo e io prenderò la mia grossa spada e l'ammazzerò.
- No - rispose il bambino - queste sono soltanto le ferite dell'amore.
-Chi sei?- chiese il gigante, e uno strano stupore s'impadronì di lui e s'inginocchiò dinanzi al bambino.
Il bambino gli sorrise e disse:
-Un giorno mi lasciasti giocare nel tuo giardino, oggi verrai a giocare nel mio giardino, che è il Paradiso.
Quando nel pomeriggio i fanciulli entrarono di corsa nel giardino trovarono il gigante morto, ai piedi dell'albero tutto coperto di fiori candidi.
(Il gigante egoista, Oscar Wilde)
 
 

Ottobre

L'autunno è decisamente arrivato, e oggi si è conclusa la mia seconda settimana lavorativa. Questa estate scrivevo che la mia stagione preferita è l'autunno, non so bene il perché. Ma adesso non so se è ancora la mia preferita. Se succedesse qualcosa di bello in qualsiasi stagione dell'anno mi sentirei felice, se succedesse qualcosa di brutto in qualsiasi stagione dell'anno mi sentirei triste, felicità e tristezza non dipendono necessariamente dai mesi e dalle temperature. Forse quando andavo a scuola, e l'estate era il periodo più caldo e solitario perché dovevo rimanere a casa ad esercitarmi con la musica, speravo che rientrassero tutti a settembre per avere compagnia. Prima di iniziare il conservatorio, settembre era invece il mese che mi costringeva tutti gli anni a salutare i miei amici di Borgio Verezzi, e allora non volevo che l'estate finisse mai.
 
Ho scattato poche fotografie in questo periodo. Quasi nessuna. Non che abbiano chissà quale importanza le mie foto, ma scattavo Le immagini quando vedevo qualcosa di bello, e forse ultimamente ho poco tempo, oppure non mi accorgo delle cose belle. Non dico che non ci siano cose belle invece, perché quelle ci sono sempre, ma a volte si è troppo distratti o assenti.
 
Su MySpace c'era una specie di poesia scritta da me sull'autunno che diceva più o meno: "Quando i miei cani si rintanano nelle loro cucce, quando la stagione sul Garda finisce e io mi avvolgo in soffici golfini... quando non posso prendere le mie scorciatoie senza sporcare le mie scarpe di fango (...) io sono serena".
L'ordine non era decisamente così ed era un po' più carina di come l'ho scritta adesso, ma non me la ricordo più. Mi dispiace non ricordarmela più. C'era un passo in cui parlavo anche di quando guardo fuori dalla finestra i profili delle montagne, con una tazza di tè bollente in mano.
 
C'è qualcosa di strano nell'autunno, un sapore di remoto e malinconico nell'aria. Ci sono gli animali che si rintanano, le giornate più corte e buie e tutto questo vento che sembra volermi dire qualcosa, ricordarmi qualcosa, farmi dire cose che non so.
 
Successe sempre in autunno, quando dal paesi venni a vivere in città, e persi tutti i miei amici d'infanzia e delle medie.
Quell'anno che mia madre incominciò a lavorare e fare le scuole serali, e da un giorno all'altro non la vidi più, sarebbe stato così per tanti anni. Era autunno.
 
Ogni anno la ripresa in conservatorio era una delusione e una malinconia, perché scoprivo sempre qualcuno che si era ritirato. Mi dicevano che invece dovevo sentirmi orgogliosa perché quelli che avevano il coraggio di proseguire valevano qualcosa, ma io non ci credevo perché credevo di rivedere i miei amici e invece non c'erano più. La delusione più grande non era però quella, era quando li chiamavo per sapere come stavano e sembravano quasi non ricordarsi di me. E allora per un attimo sì, pensavo che avevano ragione gli altri a dire che solo quelli che rimanevano valevano qualcosa. Ma ora penso che i miei amici di allora erano invece contenti di essersi liberati di quel posto, e io facevo parte del passato e di quel posto, tutto da dimenticare. E mi ricordo bene di quelle prime delusioni e nostalgie, perché c'era sempre grigio e vento. Era sempre autunno, come se insieme alle piante morivano anche le amicizie. Da piccola invece credevo che le amicizie non finissero mai.
 
E' in questa stagione che divento ogni anno un po' più grande, un po' più stanca, un po' più vecchia.
 
"Caro P." iniziavo a scrivere ogni anno, ogni anno a settembre.
 
Se mi immergo nella vasca da bagno bollente e schiumosa di bagnoschiuma al muschio, e metto la testa sott'acqua sento le voci del piano di sotto e dei vicini di casa, come se fossi lì, invisibile. Rimango al più lungo sotto fino a quando devo riemergere per prendere aria. A volte mi addormento e mi risveglio quando inizio a sentire freddo e l'acqua non crea più vapore.
 
 
Settembre. Ottobre. Novembre. Che cosa nascondono questi mesi?
Ci sono cose, cose successe a me, che non ricordo.
 

sabato 12 ottobre 2013

Andersen

Mi piace parlare di libri, qui. Nel senso che mi piace parlare di libri nel mio blog, nella vita "reale", invece, non ne parlo molto.
 
Questa sera ho in testa Andersen, lo scrittore danese. Suoi sono "La regina delle nevi", "La sirenetta", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia" e tante altre storie meno conosciute.
 
Mi ricordo di un periodo in cui avevamo in casa parecchi libri perché una biblioteca li dava via. C'era un libro dalla copertina color tortora che raffigurava una bellissima ragazza dai lunghi capelli neri, con le mani e i piedi a rana, in un lungo abito chiaro, che osservava verso l'alto.
 
Era la favola de' "La figlia del re della palude". Parlava di una principessa egiziana intrappolata sotto le acque delle paludi dal re, un rospo crudele. Dall'unione nacque una bambina, emersa dalle acque scure su di un fiore di loto o una ninfea, messa in salvo da una cicogna e trasportata poi in mezzo agli umani. La bambina crebbe, bellissima come la madre e crudele e selvaggia come il padre di giorno. Con le orribili fattezze di un rospo, come il padre, ma con gli occhi malinconici della madre e la stessa indole mite e buona di notte.
 
Solo la madre adottiva fu a conoscenza di questa sua maledizione. E imparò ad amare la figlia nel suo aspetto ripugnante ma dal cuore grande notturno, e a temere la stessa, sadica e intrepida, ma ad ammirarla, di giorno.
 
La storia narra che fu un giovane prete a salvarla da se stessa, dalla sua crudeltà. Anche a sacrificio della sua stessa vita. Ricordo la scena di lei, che con le lacrime scavava e scavava nella terra con le mani, con gli arti a rana, fino a sanguinare, per una sepoltura cristiana. Per diversi giorni, diverse albe e diversi tramonti. Mentre imparava l'amore in ogni sembianza. La scena in cui nello specchio d'acqua della palude vide se stessa, per capire invece che era il volto della madre imprigionata che chiedeva aiuto. Il momento in cui, in trance, disegnò nell'aria tante croci. Questa storia che lessi da bambina, ora che la rivedo con gli occhi di adulta, aveva dentro di se un lungo percorso spirituale e le figure erano degli emblemi.
Mi piace tanto il suo significato.
 
Quando leggo i libri mi piace sapere più cose possibili degli scrittori, perché conoscendo il loro vissuto, la loro persona nella realtà, si capiscono meglio le cose che scrivono. Viceversa invece, studiare un'opera per capire la loro vita, è più difficile. Scrivono per isolarsi dalla realtà, per sperare, per inventare. Per deformarla e vivere in un limbo felice su misura. Per raccontare a qualcuno momenti di sconforto. Per confondere il pubblico. Per parlare di se e per non parlare di se. Per non uscire allo scoperto e continuare a sognare e raccontare.
 
Andersen era un solitario cresciuto nella povertà, dall'aspetto ripugnante. Dalla mente instabile. Sempre emarginato. Per tutta la vita soffrì per questo, il suo destino fu condannato alla solitudine. Quando penso ai poeti senza soldi, senza amore, dalla testa piena di idee, mi viene in mente lui.
 
Lui, il brutto anatroccolo emarginato, lui, come la piccola fiammiferaia senza amore che trovò pace solo con la morte nelle visioni della nonna in paradiso. Sempre lui nella sirenetta che non conquistò mai l'amato, perché diversa, non umana. Lui nel soldatino di piombo senza una gamba, che potette amare la ballerina di cera, sì, ma a quale prezzo? Con la morte, entrambi abbracciati, sciolti nel fuoco di un camino. Fu una folata di vento a decidere il loro destino per sempre. E fu proprio la morte a liberare l'anima dello scrittore dalla sua vita infelice.
 
Libri. Che mondo nascosto c'è dietro ogni copertina, in ogni pagina? Quale storia per evadere dalla realtà, quale mente amica mi ha lasciato tutte queste storie?
 
Me ne stavo lì, su quel pavimento, in mezzo a tutti quei volumi, come se fossero stati il più bel regalo della mia vita, con le gambe incrociate a divorare tutte quelle lettere, parole, frasi, pensieri, storie. Mentre attorno a me si faceva buio, i personaggi erano tutti lì a farmi compagnia, a sussurrare, e i paesaggi lontani si materializzavano nella mia mente e io ero sulla neve, con la Regina delle nevi vestita tutta di bianco o in volo su di una cicogna verso orizzonti e avventure e non mi importava di giocare con gli altri bambini.
 
C'è ancora un po' di Andersen dentro di me.
Un angolo incantato della nostra infanzia.



 
 

venerdì 11 ottobre 2013

Panna montata






A ciuffi, a nastri, in una coppa di vetro, sui coni di gelato con la punta all'insù. Una delle coppe che sapevo fare meglio e a memoria, quando lavoravo in gelateria, era "Il monte bianco": qualche pallina di gelato alle crema e nocciola e tantissima panna montata bianca e soffice, decorata con strisce di cioccolato liquido e granella. Poi sapevo fare l'affogato al caffè e quello al cioccolato e la barchetta con banane e gelato al cioccolato ed isole di panna. Ero orgogliosissima dei miei affogati, con chicchi di caffè che si scioglievano in bocca e il gelato che si scioglieva nel liquido bollente. La titolare si lamentava invece che non sapevo mettere il gelato sui coni e non imparavo a memoria i cocktail, tranne quelli con la crema di latte. A dire il vero, adesso che ci penso, imparavo facilmente solo le coppe più bianche che colorate. Bianche di panna. E sono solo quelle che ricordo tutt'ora. Avrebbe dovuto farmi fare solo quelle.



Alla fine di ogni pranzo facevamo la gara a chi montava la panna più velocemente, mescolandola a mano. Eravamo io, mia sorella minore e mio padre, mi ricordo la cucina della casa di Fog City, la cucina con la tovaglia rossa e i fiori bianchi e verdi. Mia madre serena che lavava i piatti, eravamo state brave a finire tutto quello che c'era nel piatto, e ora potevamo giocare.
La panna era liquida e in bicchieri di plastica bianchi e blu. Forse mia madre era ossessionata dal fatto che nonostante tutti i manicaretti rimanevamo sottopeso, ma anche con un bicchiere di panna al giorno non riusciva a farci ingrassare di un chilo.
La panna montata a mano, mescolata con un cucchiaio, era di consistenza più corposa, più densa e cremosa, compatta. Grassissima e buonissima. Diversamente di quella pronta o montata a macchina che veniva più soffice e voluminosa, ma che sciolta in bocca sapeva d'aria. Avevo imparato che bisognava inclinare leggermente il bicchiere per incorporare un po' d'aria, altrimenti sarebbe rimasta ostinatamente liquida.
Era divertente giocare così.
 
 
 
Al mio diciottesimo compleanno, lo ricordo bene, nevicava. Era una neve anticipata e scendeva in piccoli fiocchi bianchi. La mia gattina Lili, tutta bianca pure lei, saltava sul balcone della cucina cercando di afferrare con le sue zampette rosate i fiocchi che scendevano. Avevamo ottenuto il permesso da nostra madre per fare la festina, anche se in realtà la festa l'aveva chiesta più la mia sorellina che io. Io meditavo di diventare maggiorenne riflettendo sulla vita e sull'importante passaggio che mi stava accadendo, ma per fortuna decisi di divertirmi anziché cadere in stati spirituali. Nella piccola cucina della casa adolescenziale, cercavo di fare una torta che avesse un senso, ma non avevo mai fatto torte. Avete mai provato a tagliare una torta in orizzontale per farcirla? Difficilissimo!
Con me c'era Manuela, la mia compagna di classe. Era tutto sottosopra, e il budino grumoso non voleva solidificarsi nonostante lo mescolassi fino a farmi male il braccio. Risolsi la questione con cerchi di Pan di Spagna acquistati al supermercato farciti di budino al cioccolato (quello che non voleva rapprendersi) e cucchiate di panna. Alla fine era talmente brutta che la ricoprii interamente di panna e ne venne fuori una soffice montagna tutta bianca cosparsa di cacao. La torta fu un successone, a distanza di anni posso rivelare come la preparai. Anche Manuela mantenne il segreto, almeno per quel giorno.

 
 
Come nuvole serene, come fiocchi di cotone, come il colore della purezza. Come i momenti di spensieratezza.
Ho vinto io, ho vinto io! La mia è più densa!
Quanti anni da allora, da quei giorni. Me ne stavo composta ed elegante in quella pasticceria. Ero grande.
- Vorrei una tazza di panna montata - ordinai semplicemente al cameriere.
E solo panna, sì, specificai. No senza gelato, no senza cacao. No senza zucchero. Insomma solo panna. Ho già pranzato. Tanta, sì. Mi faccia una coppa piena. Grazie.
In cassa dovettero consultarsi per decidere un prezzo, perché non era inserito nel listino. Perché di solito, la gente non consuma bicchieri di panna a fine pranzo.
 
 
 
Non lo faccio più. Non ho problemi di colesterolo, né di linea, ma se ne mangio troppa mi fa star male, non ho più lo stomaco di una volta. Solo qualche volta, presa dalla malinconia, sono andata verso il frigo, ho prelevato la bomboletta e me la sono direttamente sparata in bocca.
 
C'è chi si consola con la Nutella, e chi con la panna.
 
 

martedì 8 ottobre 2013

Piove

Nota:  I racconti qui pubblicati sono inediti  ed interamente ideati e scritti da Thasala Phan, a cui appartengono tutti i diritti (vedi nota in fondo alla pagina). Alcuni luoghi citati, i personaggi e le trame sono frutto di sola fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


*** 


Piove, piove, la gatta non si muove... cantano i bimbi in girotondo.

Una cantilena infantile stranamente inquietante.
Ombre nere di voci bianche che danzano in cerchio, tenendosi per mano. Sto in mezzo al cerchio, bendata.

... se accendi la candela, si dice "Buonasera", se accendi il lumicino...

Ridolini, ginocchia sbucciate, codini e treccine, nastrini colorati, berretti e calzette corte.
Sarebbe dovuta essere innocenza. Bimbi.

... si dice "Buon mattino".

Strappo la benda.
Ma non c'è nessuno. Solo un parco giochi deserto. Altalene che si muovono al soffio del vento, giostre abbandonate e scivoli rotti. Cavallini cigolanti. Ulula e ulula attorno a me. Scende fitta l'acqua e sono sola. Alberi alti e infiniti, sono troppo piccola. 
Mi guardo attorno.

Dove sono. Dove sono tutti. 


°°°


Abita da sola l'anziana e povera signora, e non si da pace al pensiero dei gatti che questa notte dormono sotto la pioggia. Lei nutre tutti i gatti randagi della campagna, anime selvagge, vite libere. Ogni giorno porta ciotole d'acqua e cibo che nasconde nei cespugli e in posti che solo i suoi strani amici conoscono.
Ogni giorno ritira le ciotole vuote che tornerà a riempire.

La signora si alza e si mette il suo scialle nero oramai liso. Fa freddo fuori. Infila le scarpe grosse e scure ed esce di casa per controllare come stanno. Il vento e la pioggia orizzontale la investono. I lampi e i tuoni spaccano il cielo senza stelle.

Ricurva, prosegue. 

Non c'è nessuno in giro, non rispondono mai al richiamo. Si saranno nascosti chissà dove. Non vogliono essere disturbati, vivono diffidenti, misteriosi, indomabili. La scrutano nella notte, coppie di lunghi occhi che osservano circospetti.  Fessure scintillanti di smeraldi e topazi pronti a guizzare via appena qualcuno si avvicina. 

Ma una signora anziana non dovrebbe girare da sola in luoghi abbandonati di notte.
Ci sono rumori di passi nell'oscurità oltre a quelli della vecchietta. Passi sicuri e regolari umani che si stanno avvicinando.

Ha paura.

Succede tutto in pochi secondi. Ecco il pericolo che si materializza. Ecco un branco di gatti che appaiono dal nulla e aggrediscono l'uomo. E l'uomo non c'è più, perché preso in contropiede, spaventato dell'aggressione, non ha potuto fare altro che scappare via. 

La vecchina è rimasta sola con i suoi amici. Sono quasi cento, randagi, tutti attorno a lei. Forse è la prima volta che si vedono e si guardano negli occchi, in silenzio. E sarà forse anche l'ultima volta.

Con grazia ed agilità spariscono silenziosamente in diverse direzioni, da dove sono venuti, inghiottiti dal buio e dalla pioggia.

Stanno bene.

Tranquillizzata, ripresasi dal pericolo scampato, può avviarsi verso casa e proseguire il suo sonno.
Sa che per tutto il tragitto, senza farsi mai vedere, senza farsi mai prendere e senza desiderio di contatto col mondo degli uomini, la stanno sorvegliando, per ringraziarla di quello che fa di giorno per loro.

E' strana questa amicizia.


°°°


Il poeta che scrive nella notte cerca di fare alla svelta, perché quella è la sua ultima candela e poi non gli rimarrà più altra luce. Intinge la penna nel calamaio mentre la pioggia batte sui vetri e la città dorme.

Il poeta spera un giorno di essere letto e capito da tante persone e di diventare un qualcuno, per poter offrire il suo cuore alla sua amata. 

E intanto brucia la fiamma della candela.

Sono i sogni che lo sorreggono nella sua vita. Sogni di un futuro migliore, con tante candele per poter scrivere tutta la notte, una vita in cui carta e inchiostro non mancano mai, con l'arcobaleno al termine di ogni pioggia, con il sole al termine di ogni notte. Con l'amore al suo fianco che gli dice che è tardi ed è il momento di coricarsi, dolcemente, serenamente, con lei.

E intanto si scioglie la cera.

Ancora qualche verso. Guarda con ansia la candela. Deve farcela, è il suo progetto, il suo manoscritto che gli cambierà la vita, ogni volta, è sempre una speranza. Sarà un grande poeta. Un poeta dagli occhi blu e lo sguardo sognante degli adulti che conservano la purezza dei bambini.

E intanto bussa e bussa la pioggia alla finestra.

E' grande ed affollata la città e le case sono tutte uguali, oramai le finestre sono spente e la gente dorme cullata nei caldi e soffici guanciali, perché di notte di solito si chiudono gli occhi. Ma nell'immenso silenzio, solo la finestra all'ultimo piano di un palazzo nei quartieri dei bassifondi è ancora debolmente illuminata.
C'è un poeta che sogna. Finché la sua ultima candela glielo permette.

E intanto scende l'acqua.

Ora anche l'ultima finestra si è spenta. C'è veramente buio questa notte.
E' l'umanità, è il Grande Sonno.

Chissà se il poeta è riuscito a scrivere tutto quello che sentiva nel suo cuore.


°°°

So che quando strapperò la benda non ci sarà nessuno. 
Sono al buio. Non ci sono candele. Non so dove sono i gatti. Le voci infantili, i mici e i cuccioli umani. L'ho cercata tanto.

Piove, piove, la gatta non si muove...

Le candele si sono sciolte, l'ultima è stata consumata. Rimarremo tutti al buio.
Mi siedo al suolo con la benda sugli occhi, non cambia se la tolgo. Ma sento le voci, la cantilena dei bimbi.

Mi siedo sola in questa notte mentre il vento soffia forte ed attendo il giorno.
Sento la musica dell'acqua che scende. E' unicamente lei che mi fa compagnia.
Tutto il resto, è solo un' illusione.




Se accendi una candela, si dice: "Buonasera"... 
Se accendi il lumicino, si dice: "Buon mattino!"



lunedì 7 ottobre 2013

I 7 peccati capitali - Ira

Avarizia.
Gola.
Lussuria.
Ira.
Accidia.
Superbia .
Invidia.

Sono una peccatrice. Più della metà dei vizi capitali fanno parte di me. La lussuria, la gola e la superbia li considererei pure delle virtù, e anche l'accidia. Ma l'ira. Proprio non so ancora gestirla. Non del tutto.

Mi piaceva leggere "Piccole donne" di Louise May Alcott, perché ognuna delle sorelle aveva qualcosa di me: la maggiore, Meg, la bella di casa, combatteva contro l'indolenza e il desiderio di cose belle, Jo l'aspirante scrittrice, generosa e ribelle, cercava di domare i suoi stati d'animo impetuosi, Beth la pianista era bloccata nella sua timidezza ed Amy l'artista, era una piccola raffinata e vanitosa, un po' presentuosa, che sperava un giorno di inserirsi nell'alta società.

Ma di tutte, Josephine March mi era d'ispirazione perché mi sentivo esattamente come lei: quando l'ira la travolgeva era capace di dire e fare cose che ferivano gli altri, incapace, nel suo orgoglio, di perdonare, finì quasi per perdere per sempre la sorella Amy nel lago ghiacciato. Rimase paralizzata, terrorizzata, mentre questa rischiava di annegare e morire assiderata. Questo fu l'episodio che la fece piangere e la spinse a lottare contro la sua naturale indole.

Per le persone pacate di natura non è semplice capire cosa si sente quando una fiamma da dentro ti travolge e ti brucia. In quei momenti qualsiasi cosa venga fatta e detta per calmare, è come un secchio di petrolio che viene versato sulla fiamma, che diventa un grande incendio. Tutto viene distrutto, anche la persona accecata dalla collera. E a volte è solo la stanchezza o la disperazione a far cessare questo stato.

Mi ricordo di porte sbattute, vetri rotti, grida e urla, lacrime e tante ore passate in solitudine a girovagare per la città per calmare i bollenti spiriti. Ero un'adolescente e non potevo andarmene via di casa. Stavo sui pulmini ore e ore d'inverno per stare un po' al caldo perché non potevo parcheggiarmi tutto il giorno in un bar, senza soldi in tasca. Avevo l'abbonamento per i mezzi di trasporti pubblici e quando il conducente, dopo vari capolinea cominciava a guardarmi dubbioso, scendevo e cambiavo corsa.

L'ira e l'impulsività rovinarono tante cose nella mia vita. Lavoro, rapporti, amicizie, situazioni. Quando decisi di voler cambiare, passai inevitabilmente al difetto opposto. E divenni una pentola a pressione. Tutto veniva mandato giù e represso. Le esplosioni, quelle poche, rare e inaspettate che ne derivarono, furono ancora più dannose di quando erano frequenti.

Ci vuole coraggio a voler combattere contro se stessi. E non è vero quando dicono che volere è potere, perché non si cambia mai veramente, anche con la più grande forza di volontà. Si può solo prendere coscienza e scegliere di non fare del male agli altri. E provare, riprovare, allenarsi. Quando si è felici e sereni, si è anche più tolleranti e l'ira è un peccato che non si rivela. Ma nei momenti difficili, torna quella sensazione di bruciore che grida da dentro di farsi sentire. E allora è come essere ritornati al punto di partenza.

Ricordo che una volta ero talmente furibonda che scaricai dalla macchina, di notte e sotto la pioggia, due mie amiche con cui stavo litigando. O quando nel mezzo del lavoro, in un locale, gettai lo straccio e annunciai di pagarmi subito le mie ore, perché non volevo rimanere un minuto in più in quel posto. Quelle furono alcune delle mie esplosioni della "pentola a pressione" e, dopo tanto tempo passato a soffocare la rabbia, fu una notevole liberazione, e dopo mi sentii svuotata e incredibilmente stanca. Ma gli altri attorno a me ne rimanevano addolorati e spaventati. Di tutto quanto, alla fine mi rimaneva il ricordo di aver ferito e perso le persone a cui tenevo.

Non sono cambiata, in realtà. Anche se spesso la gente non crede che io provi emozioni di tale portata. Ma io non sono docile. Se la mia stessa madre mi dava del "maschiaccio", aveva le sue ragioni.

Quello che riesce a fermarmi, ora, non è il concetto del giusto e del sbagliato, la maggior parte delle volte è l'amore. E nonostante l'amore, riesco ancora a ferire le persone, quelle che mi stanno più vicine.

L'amore non è solo quello romantico, quello fra un uomo e una donna.

Il primo amore che mi è stato d'aiuto è quello per la vita. Da adolescente, quando era difficile crescere e avevo paura di vivere, sentivo più spesso in me quel fuoco incandescente. Perché ero infelice. Come ho detto più sopra, quando ci si sente sereni ed appagati si è anche più tolleranti.

Il secondo amore è quello più generale. Quello per le persone, ma non tutte, solo quelle a cui tengo. Mi ferisce ripensare ai loro sguardi, alle loro incertezze dopo essermi lasciata andare. Questo mi spinge, ogni volta, a pensare all'amore che come un fiore chiede di essere sbocciato e non distrutto, e la fiamma si ritrae, una pioggerellina scende. L'incendio si vergogna e piano piano viene sconfitta.

E poi c'è l'amore importante, quello per una persona sola. Semplicemente perché è quello di cui hai bisogno. Perché non hai molti contrasti, perché le discussioni non degenerano, perché non ti fanno alzare la voce e non si sa bene il perché.

Ci sono ire che sono come incendi, altre che guizzano per un po', come fiammiferi fregati contro il muro.

Ci sono persone che a contatto con piccole fiamme diventano dei combustibili, e il piccolo male cresce anziché contenersi e si propaga. Ci sono altre invece, che scendono come pioggia e raffreddano tutto quanto. Altre che non ti cambiano del tutto, ma che costruiscono un camino attorno per proteggerti e il fuoco non brucia più per distruggere, ma per scaldare. E forse non è più lo stesso fuoco.

La chimica fra le persone è complessa e non l'ho mai capita del tutto.

E ho imparato un altro metodo per far fronte all'ira: scrivere. Per fortuna è un mezzo di comunicazione che mi riesce facile. 

Scrivo per esprimere la mia rabbia, alla prima stesura. E vomito l'anima, senza preoccuparmi di quello che dico. Se non ho interesse a recuperare i rapporti mando gli scritti così come sono. Se invece non voglio ferire, non voglio perdere la persona, riscrivo la lettera con gli stessi contenuti e magari parole diverse, e alla seconda stesura già mi vengono anche concetti di amore, assieme alla rabbia.

Questo mezzo mi permette di comunicare e di gestire i sentimenti negativi in maniera più pacata. E' un bel mezzo. Quando rivedo la persona che mi ha fatto arrabbiare, dopo averle già scritto, la rabbia è ridotta notevolmente, le idee sono già state ordinate ed espresse, e parlare diviene più facile e non si rischia di dire cose che possono ferire.

Ho scritto queste cose oggi, perché è venuto a trovarmi di nuovo il mio peccato capitale: l'ira.
L'ho detto, che non si cambia mai veramente, e mi fa male lasciarmi andare così con le persone vicine.

Ma non sono cattiva. Non volevo. Ci riprovo.

°°°

La strada era sconnessa e scivolosa, il piede mi è scivolato mandando l'altro piede fuori strada ma mi sono ripreso e mi sono detto: sono scivolato, non sono caduto.

(Abraham Lincoln)

domenica 6 ottobre 2013

Morgan

Ragni neri muffa.
Freddo indifferenza disperazione.
Entra e mi cava gli occhi.

Non guardo non sento.
Pupazzo servo solo a divertire.
Sorriso fisso dipinto ma io ho un'anima.
Impugna la lama non ci pensa.

Cala giù.

Squarcia il petto tanto non sento nulla.
Una vita intera senza senso.

Affonda più volte ci riprova.
E poi gode il suo spettacolo.

Ora non sta meglio.
Ma almeno ne è libera.

Morte.



Alice

Ragni neri muffa.
Freddo imposizioni disperazione.
Entra e cava gli occhi alle bambole.

Non guardare non sentire.
Pupazzi prendono solo in giro.
Sorrisi fissi dipinti senza anima.
Impugna la lama e non pensarci.

Cala giù.

Squarcia il petto tanto non hanno anima.
Infanzia rubata.

Affonda più volte, riprovaci.
E poi godi il tuo spettacolo.

Ora non stai meglio.
Ma almeno ne sei libera.

Morte.



 
 

martedì 1 ottobre 2013

Strucco

Oggi ho voglia di parlare di trucco. Non quello dei prestigiatori, intendo il make up, quello delle donne.

Io ho imparato a truccarmi a scuola durante le ore di disegno. In quell'istituto di sole ragazze interessate alla moda e alle riviste gossip, si facevano venti ore di disegno a settimana, cultura non ce n'era molta ma noi cazzeggiavamo alla grande. Non sapevamo come risolvere i sistemi e le equazioni di secondo grado, ma ci scambiavamo i consigli su come far colpo sui maschi.
Gli insegnanti a volte ci ignoravano, stanchi dei tanti anni di insegnamento in mezzo a ciarlare femminile di adolescenti indemoniate.

Passare dai pennelli sulle tavole, ai pennelli per il viso e per le unghie è d'obbligo. Furono le mie amiche le prime a dipingermi il viso per farmi diventare più bella, più grande, più femminile, più donna. Come le modelle sulle riviste patinate. Prima di allora mi truccavano solo per Carnevale.

Tornata a casa, cosa credete che mi disse mia madre? Che le mie amiche, si vedeva che erano bambine alle prime armi, e mi insegnò i segreti del mestiere di una adulta. Le creme per la mia pelle, come impugnare la matita, come fare durare più a lungo l'ombretto e il rossetto.
Ecco: queste sono le mamme che hanno ragione di fare le mamme!
Avevo circa quattordici, quindici anni. E fu pure verso quell'età che mi arrivarono le prime scarpe con i tacchi, le indossavo con le calze a rete nere e il vestitino rosso intrecciato sui seni.
Rubavo i vestiti dall'armadio di mia madre.

Le donne hanno a disposizione un sacco di cose per apparire più affascinanti: scarpe, gonne, acconciature, borse, gioielli, mascara per avere ciglia più scure e più lunghe, fondotinta e cipria per coprire la faccia ed avere la pelle perfetta, il fard per colorire le guance, il rossetto per colorare le labbra, matite e ombretti per ingrandire gli occhi. 

Gli uomini invece non sembrano poi tanto diversi dal mattino appena svegli a quando escono dall'operazione restauro.

Mi è venuto in mente questo argomento stasera, quando mi sono guardata allo specchio e avevo una riga liquida nera sulla guancia. La macchia si era asciugata, e le ciglia erano tornate morbide, liberate dagli strati di Rimmel. I miei soliti occhi addolciti dalla miopia. Non è che sono così sensuali di natura, è che ho lo sguardo poco sveglio, di una che non afferra tutto quello che vede. Io vedo il mondo sfocato, come credete che possa accorgermi di quello che mi gira attorno?

Odio struccarmi, per pigrizia di solito mi infilo in doccia o mi butto l'acqua sul viso, tanto va via tutto.

Quando non ho niente addosso, di tutti quei vestiti provocanti, quando sono a piedi nudi, e i miei capelli scendono lisci e vanno dove ne han voglia loro. Quando le mie guance non sono più rosa e tornano pallide come le mie palpebre nude senza pigmenti colorati.
Quando c'è solo il mio viso, e sono solamente io. Quando mi guardo allo specchio, e vedo una ragazza privata di qualsiasi gioiello e indifesa mi sento così, con quella faccia. Così bella.

Come un'attrice senza parte. Come un clown triste. Come un ufficiale senza il suo plotone. Come una regina senza trono.

E quasi quasi, penso, mi preferisco triste e stanca, senza trucco e con le ciglia morbide e gli occhi meno grandi, con le occhiaie. Ho un paio di piccoli nei sulla guancia sinistra. Puntini scuri che non servono a nulla. Quasi quasi andrei in giro così. 
Potrei anche non mettermi in tiro e girare come se fossi appena uscita dalla doccia.
Sarebbe bello poter sempre camminare a piedi nudi e con l'accappatoio. Ci si metterebbe molto meno tempo per prepararsi.

Quasi quasi.

Pensavo di lasciare la macchia nera sulla guancia. Ma poi non ricordo che cosa ne ho fatto. L'ho tolta. Penso che non posso essere troppo seducente, è una fatica dopo gestire la mia vita.

E' meglio pitturarsi un po' la faccia.

Come una prima attrice sotto i riflettori, come un ridicolo clown circense, come un colonnello d'oro di medaglie, come un'imperatrice e i suoi sudditi.

Ma di notte è meglio togliersi tutto. Per fare respirare la pelle, come diceva mia madre.

E così. Questa notte bella e spoglia, senza nulla sul mio viso, senza nessuna macchia. Solo i miei piccoli e inutili nei.
Vado a dormire così.