martedì 19 novembre 2013

Ricetta

A volte, basta poco per sentirsi sereni. Per me sono le sere d'autunno e d'inverno, quando fuori fa freddo, trovarsi sotto le coperte prima delle undici, dopo una giornata di lavoro. 

Quando visualizzo, nella solitudine, i momenti di serenità, mi capita di immaginarmi intenta a pasticciare in cucina nel tentativo di imparare un nuovo piatto, come quando da piccola volevo fare la sorpresa alla mamma e in sua assenza provavo a fare la pastasciutta, con dentro mezzo panetto di burro e lasciando la cucina sottosopra. Mi divertivo tanto a sperimentare. Mille padelle e padellini, la tavola apparecchiata ordinatamente, tutto quel vapore e gli ingredienti! Mi sembrava di essere una streghetta sul calderone bollente con i sali e le spezie, ma dovevo stare attenta con le dosi per non avvelenare e far star male nessuno. Stavo facendo una pozione, come maga Magò!

In cucina era importante starci anche quando lei preparava la torta e io le ronzavo sempre attorno, offrendomi volontaria per mescolare l'impasto, ed avere così il permesso di mangiare qualche cucchiaiata di crema all'uovo e latte.

Ero piccola, oggi questa stanza con il forno e il lavello per lavare i piatti è solo una tappa per passare dalla camera al salotto e uscire di casa.

Non so come sia avere una cucina, non so cosa significhi organizzare le cose nella dispensa e nel frigorifero e cucinare per il piacere di farlo. Non so come potrei essere come donna di casa. Sono sempre stata una donna "fuori di casa" e la cucina è il luogo in cui è meglio starci il meno possibile. La mia vera "casa" è la mia stanza da letto, quando voglio isolarmi e mi chiudo a chiave dentro. 

Ricordo che mi sembrava più mia la cucinetta immaginaria che avevo da bambina, con i tavolini e le sedie basse, i pentolini di latta, la frutta di plastica, il servizio da tè in miniatura e i cucchiaini rubati dalla cucina (quella vera) della mamma.

Giocavo a fingere di fare la spesa, preparare la tavola e spazzare per terra con la scopa per bimbe. Era molto divertente, specialmente perché avevo sempre la mia compagna di giochi che era la mia sorellina di tre anni in meno, sempre disponibile a recitare la parte dell'amica "mademoiselle", che veniva a bere il tè con i pasticcini, tenendo la tazzina elegantemente con il mignolo steso in fuori e parlando in punta di forchetta: "Come sta, madame?" 
Nel gioco era persino divertente andare a fare la spesa al mercato e scegliere "i prodotti freschi" da cucinare, come faceva la mamma.

Bello era giocare, giocherei sempre. 

Questa sera gioco a preparare una nuova torta nella mia immaginaria cucina magica.

E' una stanza incantata in un luogo segreto, non troppo elegante ma tranquilla ed accogliente. Con le finestre sui sogni, il fuoco acceso, le tendine e il ricettario degli incantesimi aperto.
Sono una strega e mi vengono a cercare per esaudire i loro desideri, in cambio io chiedo fiori di bucaneve, orecchini di vetro e argento, scarpette di cristallo, seta indiana e pizzo di Valenciennes per adornarmi e rimirarmi.


Ed ecco la ricetta di oggi: 

Nel mio calderone, ci metto un pizzico di fatalità, della fantasia e un cucchiaino di fiducia per togliere il sapore della paura, qualche grammo di incoscienza... non troppa, altrimenti poi diventa molto piccante e può bruciare. Ci vuole della speranza per rendere soffice l'impasto, degli obiettivi, dell'impegno e per non esagerare un po' di leggerezza. 
E' importante che nell'impasto lo zucchero sia uniforme, perché se finisce solo in superficie, i primi morsi satureranno, mentre il resto risulterà amaro e difficile da mandare giù, e impreparati sarà difficile affrontare le difficoltà. Ma se le cose dolci finiscono tutte in fondo, ci si stanca e si perde la speranza prima di poter addentare la parte buona e, quando finalmente la si raggiunge, l'amaro in bocca e la stanchezza impediscono di sentirla.
La dolcezza e i momenti di gioia devono invece alternarsi con le prove e le lezioni, uniformemente nel corso della vita, così, il risultato sarà sempre equilibrato e ogni boccone gustato e assaporato.

Ora l'impasto è pronto e bisogna mettere nel forno. La vita non può prendere forma senza il calore dei sentimenti. Ma bisogna regolare bene il fuoco, perché se è troppo caldo rischia di bruciare la parte esterna e di far rimanere cruda quella interna, se invece la temperatura è troppo bassa non cuocerà mai, si rovineranno gli ingredienti e in ambedue i casi bisognerà buttare via. Ci vuole la giusta temperatura, senza paura di alimentare il fuoco, ma al tempo stesso anche pazienza per aspettare che lieviti. 

Questi sono i segreti di uno chef!

Quando il dolce è cotto, lo tolgo dal forno e cospargo di polvere di riconoscenza, lo taglio a fette e incarto ogni fetta con carta rossa che abbellisco con fiori bianchi e blu: un po' di incantesimo per ogni persona a me cara. Una torta mangiata da sola non è buona come quando è condivisa.

Spero abbiate gradito la mia ricetta, se vi piace, potete prepararla anche voi, in fondo siamo tutti un po' streghe e stregoni.

***

La cucina in miniatura. I pentolini di latta, la frutta di plastica e i seggiolini bassi. I cucchiaini rubati alla mamma, i sottobicchieri come piattini e i finti fornellini dipinti. 
"Siete invitata, mademoiselle, ad un tè raffinato da me". 

La mia prima cucina. L'unica cucina che io abbia mai avuto.

Che piccole che eravamo.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

ma che bello questo post! ricetta segnata..
dopo il post sul Puntino ci voleva proprio, per riequilibrare le letture.
Sarebbe carino se tu scrivessi qualcosa su come ti immagini donna di casa..
..qui ci si allarga troppo dirai.. cominciano anche le richieste! :)

Thasala Ph. ha detto...

Mi piacciono molto le richieste, ci proverò sicuramente. Tra l'altro su questo argomento ci sarebbe molto da dire... ;)

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