mercoledì 12 novembre 2014

Una strana storia

Nota:  I racconti qui pubblicati sono inediti  ed interamente ideati e scritti da Thasala Phan, a cui appartengono tutti i diritti (vedi nota in fondo alla pagina). Alcuni luoghi citati, i personaggi e le trame sono frutto di sola fantasia. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.


***


Vivo in un monolocale con un piccolo balcone. Sono un essere molto pigro, perciò non esco mai sul balcone, letteralmente. 
Non l'ho mai pulito da quando ci vivo e non so perché, ma vi è del terriccio e su questo crescono erbette e pianticelle. Sono un essere pigro ma ordinato, e questa, fra tutte le combinazioni, è la peggiore, a meno che uno o una non si possa permettere la donna delle pulizie, la lavandaia e la stiratrice, la cuoca e l'autista. 

Se fossi pigra e disordinata, vivrei serenamente in una casa sciatta, oppure, se fossi ordinata e attiva, avrei una casa linda senza fatica. Se fossi invece disordinata ma attiva, dedicherei le mie energie in altre cose e non mi preoccuperei dello stato della casa. Invece, essere pigre ed ordinate è faticoso, perché non ho mai voglia di muovere un dito, ma il disordine e lo sporco mi infastidiscono, così finisco sempre per pulire e riordinare e ogni volta mi stanco come se avessi affrontato le dodici fatiche di Ercole.
Questo, per dire che se doveste venire in casa mia, non dovete preoccuparvi, dentro è pulita, solamente non dovete uscire sul balcone.


In questi giorni di pioggia incessante il balcone si è riempito e, non potendo perdere acqua per via del buco otturato, mi è successa una strana storia.

Una notte, mentre stavo dormendo, ho sentito le lenzuola e il piumone impregnate di acqua, ma essendo pigra ed assonnata non mi svegliai. Solamente quando, nel dormiveglia capii che stava succedendo qualcosa di strano, aprii gli occhi. Vidi la stanza sommersa di acqua, tutta quella che dal balcone non era riuscita a scendere ed era penetrata dalla porta finestra. Fuori pioveva ancora a dirotto e la stanza si riempiva di minuto in minuto, gli oggetti galleggiavano e l'acqua mi stava arrivando al collo.

"Accidenti! E ora?" pensai turbata.

Cercai le chiavi per aprire la porta di casa e uscire sulle scale, ma non la trovai, ero molto preoccupata e cominciai a temere di morire annegata in casa mia. Nel frattempo la stanza si riempiva sempre di più, finché mi ritrovai sommersa e galleggiante insieme ai miei libri, le mie scarpe e i pesciolini che oramai erano usciti dalla palla di vetro.

"Morirò!" esclamai. 
"Sono morta", constatai poi, quando mi resi conto che non mi mancava l'aria, nonostante fossi interamente immersa nell'acqua per più di un minuto. "Respiro come questi pesci".

"Tu non sei morta" mi rispose una voce "sei in una diversa vita".

Sbarrai gli occhi: nella mia stanza in cui credevo di essere sola, c'era una figura femminile dai capelli lunghi e verdi e con la coda di pesce al posto delle gambe.

"Che sta succedendo?" pensai.

La sirena mi prese per mano e mi disse di seguirla, e così nuotammo e nuotammo finché persi di vista la mia stanza e mi ritrovai nell'oceano. E poi l'oceano divenne una bellissima dimensione azzurra e felice, e lì ci fermammo e lei mi disse: "C'è un signore qui per te".

Mi accompagnò da un uomo snello, con gli zigomi alti, la divisa ufficiale, l'aria sicura di sé e portata al comando, gli occhi grandi e vagamente orientali, tipici dei figli bastardi generati dai francesi e le ragazze dell'Indocina. 

"Nonno!" dissi sorpresa "Che ci fai giovane?"

Lui annuì e sorrise. E senza dire nulla vidi in un secondo, decenni di una storia dall'altra parte del mondo. 
Vidi due bimbe vestite di bianco camminare col padre, fra file di giovani ufficiali che salutavano e si inchinavano al passaggio del colonnello e delle sue giovani figlie.

Un tempo fu un uomo d'onore che serviva lo stato. Ma quando la guerra finì lasciando in ginocchio il Sud, fu arrestato e portato in prigione dai Viet Cong e trattato come un pezzente. Quell'uomo ricco e di potere, quel cognome scomodo, rappresentò la fine di una lunga epoca e l'inizio di una nuova, in cui migliaia di persone e famiglie distrutte, lasciarono la propria patria per sfuggire alle persecuzioni. Ad un tratto vidi pure mia nonna, la signora bella ed elegante che sorrideva dalla foto in bianco e nero, con i capelli sempre curati, che "abbinava con cura le scarpe con le borse e i gioielli". 
Parlavano ma sembravano non accorgersi di me.

"Tu credi a tutti? Ti raccontano una storiella e ti intenerisci, ci ha presi in giro!" lamentava mia nonna.

I miei nonni avevano deciso di vendere la loro automobile per comprarsene una nuova. Un tizio era venuto raccontando una storia strappalacrime sui suoi problemi familiari e dei soldi che non aveva, ma raccontando della macchina che gli serviva, e mio nonno gliel'aveva subito ceduta ad un prezzo irrisorio senza consultare mia nonna, che invece era una pratica donna d'affari.

"Forse ci ha presi in giro, ma se l'ha fatto è a Dio che dovrà tenere conto... se invece è veramente in difficoltà, abbiamo fatto una buona azione" rispose fiducioso mio nonno. "Noi non abbiamo bisogno di quei soldi, i soldi vanno e vengono".

"Parla come la mamma" pensai. "O forse è la mamma che parla come lui?".

"Il nonno era un tenero di cuore, gli piacevano le poesie, la filosofia, e si commuoveva facilmente" erano le parole di mia madre, quando ricordava l'episodio della macchina. "Per fortuna la nonna era invece molto abile a trattare e a vendere. Era molto concreta, la zia è come lei, io sono come il nonno, sono negata negli affari".

Ed io, da questo punto di vista, sono come mia madre e mio nonno.

Poi vidi mia cugina che lo indicava, ma lui era ora in una foto.

"Il nonno ero un figo pazzesco da giovane, era pieno di donne che gli correvano dietro, e guarda che bell'uomo e che spalle, con l'uniforme".

Mio nonno era ora anziano, stanco e ricurvo, sempre freddoloso. Passeggiava in mezzo al verde di un giardino pubblico di San Josè, da un mio zio.

E di nuovo davanti a me. La mamma diceva che negli ultimi istanti era quasi cieco, ma mi sembrava che mi vedesse benissimo.

"Non ti sei laureata" mi diceva, ma non era arrabbiato. Nel 1994 mi fece promettere di fare l'università, i titoli di studio sono molto importanti per la mia famiglia.
"Però non sono ingrassata come le cugine americane" ribattei. Ed era contento. A mia madre aveva invece raccomandato di mantenerci snelle e orientali, perché quelle negli Stati Uniti diventavano robuste e si rifacevano gli occhi, il naso e il seno per sembrare più occidentali.

Dieci anni di prigione e la sofferenza delle tanti morti e dei figli lontani, ora sembravano essere affievoliti sul suo volto rugoso. 

"Sono stanco, ma sereno, ora".

Dove sta mio nonno, ora, ci sono mia nonna e mio zio, l'unico musicista di casa e il bello della mia famiglia materna, morto troppo giovane. Mia madre mi diceva di lui: "Lo zio suonava la chitarra, il violino e il mandolino e aveva un suo gruppo, le ragazze gli correvano dietro perché era bellissimo. Saresti andata molto d'accordo con lui, avete tante cose in comune". Ma io questo zio non l'ho mai conosciuto, l'ho solo visto in una foto e sì: era un bell'uomo.

"Stai bene, nonno? Sei andato a dormire e non ti sei più risvegliato. Sono contenta che non hai sofferto, ma la mamma si sente in colpa ora, perché voleva telefonarti e si è dimenticata, e non ha fatto in tempo a salutarti l'ultima volta".

Ma mio nonno sapeva che lei lo pensava sempre.

Non ricordo se fu lui a parlare, o se i racconti ripetuti di mia madre si confusero con la sua immagine, ma suo certo, fu questo pensiero che mi arrivò: "La morte fa parte della vita. In un punto del mondo c'è chi muore e chi piange, nello stesso istante, da un'altra parte, nasce una nuova vita e la gente gioisce. E' il ciclo della vita, la differenza, sta nel fare della propria vita, una vera vita, quando si è ancora in tempo". 

"Parla come la mamma"... 

"Al nonno piaceva la poesia e parlava per ore di filosofia"...

A me invece la filosofia annoia.

"Nonno, mi solleva di non essere potuta crescere con te e di non averti avuto vicino, perché altrimenti mi sarei affezionata e ora starei male. Sono contenta di essere cresciuta senza parenti. Non voglio stare male, ogni volta, per nessuno".

Lui non se la prese. 

"Devo dire qualcosa alla mamma?" domandai. 
Annuì e in quell'istante seppi cosa dovevo riferire.
Nessuna tristezza. Solo amore.

"Grazie, nonno, ti voglio bene".

La sirena mi disse che dovevo tornare nella mia stanza per risolvere l'alluvione.

"Accidenti, devo riuscire ad accendere il riscaldamento, questo risolverebbe tutto" dissi. Erano giorni che cercavo di accenderlo ma la stanza rimaneva umida e fredda, e siccome questo non è il paese dove la neve non arriva mai, la notte dormivo facendo strani sogni di oggetti galleggianti e di sirene.

Salutai mio nonno e ritornai nel mio monolocale. Con l'aiuto della sirena dai capelli verdi, riuscii finalmente ad accendere la stufa e il calore fece evaporare tutta l'acqua, facendola ritornare asciutta ed ospitale, con gli oggetti non più galleggianti e al loro posto.

"Domani" mi ripromisi "sturerò quel buco del balcone" perché non volevo rischiare di ritrovarmi di nuovo l'alluvione in casa e di rovinare le mie nuove pantofole alla moda, accuratamente abbinate ai vestiti di casa, come faceva la nonna.



2 commenti:

Anonimo ha detto...

ma che bel racconto!
non vorrei commentare nulla sul contenuto più importante perché è troppo bello e il mio punto di vista non è importante.
Ti scrivo però per fare una battuta da "tecnico": quando ho letto che per mandare via l'acqua accendi la stufa (elettrica!!) mi sono venuti i brividi... fallo solo nei sogni mi raccomando! :)

Thasala Ph. ha detto...

Ah ah ah ok, ma me l'ha consigliato la sirena e lei di queste cose ne sa, i pesci fanno sempre festa con luci e neon e non succede nulla. Ma non guardavi gli Snorky da piccolo??? Ma dove vivevi? :O

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