domenica 11 agosto 2013

Alice e le bambole I

Alice ci teneva a conservare la sua reputazione di fanciulla aristocratica e di buona famiglia e, per chi non l’avesse conosciuta da vicino, in effetti appariva come una biondina dagli occhi celesti e la pelle diafana.
Innocente, esile, fragile ed angelica.

Era questo che più mi inquietava di lei: la sua anima nera in un involucro etereo.

Passava le giornate davanti allo specchio perché per lei la bellezza era tutto. Si spazzolava per ore i lunghi capelli chiari e lisci e si crogiolava nella gioia esaminando la pelle perfetta, le gote leggermente rosate di belletto, i grandi occhi vagamente malinconici adombrati da ciglia bionde.

Capitava che ogni tanto andasse e venisse dallo specchio senza che nessuno se ne accorgesse, tranne noi.
Sua madre era convinta che fosse ancora quella bimba di sette anni che se ne stava in riva al fiume a leggere fiabe con la sorella. La vedeva come una creaturina delicata da non stancare troppo con lo studio, perché spesso si addormentava o sveniva durante le lezioni e la sua mente iniziava a vagare e a sognare in altri mondi.


Alice era invece una tredicenne che, appena accortasi del suo fascino, aveva sedotto il suo istitutore, che per lei scrisse versi e romanzi, le dedicò persino un libro e venne accusato di pedofilia. Ovviamente lei non lo ricambiava: una persona del suo rango non si sarebbe mai abbassata a tanto, ma si compiaceva delle sue conquiste femminili, del suo giocare e far rigirare i cuori di ogni uomo.

Teneva nella sua cameretta rosa e bianca di tulle e di civetteria infantile, bambole con cui si divertiva a giocare, a decapitarle, a incidere ghirigori e a mettere rose in bocca. Una volta decise che il coniglietto bianco di pezza era troppo bianco, così si punse un dito e col sangue gli gocciolò sul corpo tante macchie rosse; sempre col suo sangue gli disegnò un largo sorriso scarlatto e fu molto contenta che il coniglio avesse un’espressione allegra: si compiacque della sua opera artistica. Un'altra volta staccò gli arti delle bambole e li diede al cane perché ci giocasse al posto dell’osso. Non voleva bambole brutte perché odiava la bruttezza, ma non voleva nemmeno che fossero più belle di lei, perché non avrebbe mai tollerato di essere battuta da una bambola.

Non portò mai bambole con sé nei suoi viaggi attraverso lo specchio, ma una volta ne portò via cinque della sua collezione.
Erano cinque figure in porcellana vestite in abiti da sposa vaporosi nei colori del rosa, viola, bianco, nero e rubino. La sposa nera era anche la regina delle nozze. Erano le sue bambole più belle, le più sfarzose e costose, agghindate di ori e diamanti, pizzi e broccato. Da quella notte non tornarono mai più.

Tornò invece Alice. La sua ombra scura riemerse dallo specchio e sul suo volto c’era un sorriso beffardo e provocatorio, beato. Le bambole erano sparite.

Se solo qualcuno avesse mai sospettato... forse si sarebbe potuto fare qualcosa, salvare le sorti. Ma io, noi, gli unici che sapevano, non potevamo parlare. 

Noi non potevamo fare niente, potevamo solo guardare.


(Continua...)

2 commenti:

stephy ha detto...

sinuose ombre la circondarono...ombre che la luce fece dissolvere in arcobaleno.E piccole mani da si luce si aggrapparono a lei così sorriso dolce le si penetrò nell'anima.


Dolcemente mi sono permessa di dare un mio tocco al tuo racconto. Un abbraccio con infinita amicizia,notte dolce farfalla
Stefania.







Thasala Ph. ha detto...

Piccola Alice... grazie Stefy del tuo arcobaleno che scioglie anche le ombre più buie ;) ti sento e leggo sempre con piacere, passa spesso, un abbraccio!

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